Se vince l'ordinaria amministrazione - di Mario Ajello
domenica, 02 ottobre 2016 politica
 
Con la nomina di Andrea Mazzillo, assessore al bilancio e Massimo Colomban assessore alle aziende partecipate, la sindaca di Roma, Virginia Raggi, prova a chiudere la turbolenta vicenda delle nomine assessorili e spera con Mazzillo di riprendere il governo della spesa comunale fuori controllo per il ritardo con cui l’assemblea capitolina approverà la manovra di assestamento. Le condizioni finanziarie del comune di Roma non autorizzano una visione ottimistica sul prossimo futuro della città e diversamente da quanto espresso dalla sindaca non gioverà alla Capitale la rinuncia alla candidatura di Roma, all’organizzazione delle Olimpiadi del 2024.
Nella decisione della Raggi è piuttosto prevalso il timore del suo isolamento nel Movimento, espressosi per il No, attraverso ripetute dichiarazioni dei leader nazionali che non hanno tenuto conto dell’interesse della città e piuttosto di dimostrarsi coerenti con le dichiarazioni fatte nel corso della campagna elettorale romana. Un intento apprezzabile se le dichiarazioni si fossero poste il tema della prospettiva verso la quale indirizzare la Capitale, oltre che di eliminare la classe politica che l’aveva amministrata.
Non è il primo No a Roma per le Olimpiadi. Chi ha buona memoria ricorderà che in poco meno di venti anni è il terzo tentativo andato a vuoto da parte della Capitale di provare a conquistare l’ambito riconoscimento: nel 1998 il sindaco Rutelli e la sua giunta (con la forte sollecitazione di Goffredo Bettini) forzarono il Coni a presentare la candidatura e quando sembrava che l’ente sportivo fosse oramai deciso a sostenerla, un editoriale di Jas Gawronski sul Corriere della sera, diede l’altolà al progetto sollecitando il governo a non contribuirvi denunciando l’impossibilità da parte dello Stato di sostenere gli investimenti richiesti nel momento in cui il Governo era impegnato a trovare le risorse necessarie per poter far parte della futura moneta unica, l’euro.
L’editoriale rappresentava la posizione dell’azionista di maggior peso del Corriere, la galassia Fiat, preoccupata per l’ostacolo che la candidatura frapponeva a quella di Torino per le Olimpiadi invernali del 2006; tolta Roma dalla competizione maggiore la strada per la città piemontese divenne più facile ed ebbe successo.
Nel 2012 il presidente Mario Monti per bocciare la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 richiamò le condizioni finanziarie del Paese soprattutto dopo i pesanti provvedimenti assunti sul piano sociale: su tutte la legge Fornero sulle pensioni.
A differenza dei tentativi citati in cui una decisione governativa aveva bloccato il percorso per la candidatura, in questa occasione il No viene dal sindaco della città candidata anticipando il voto dell’Assemblea Capitolina, malgrado l’approvazione di quella precedente, eletta con il sindaco Ignazio Marino.
A livello internazionale la decisione aumenterà purtroppo il discredito della città per aver rinunciato per sfiducia in se stessa, oltre ad essere descritta dai media in condizioni di degrado: in un recente sondaggio fra i cittadini delle maggiori città dell’Unione Europea, l’indice di soddisfazione dei servizi a Roma è risultato fra i più bassi.
Sul piano interno si deve convenire con quanti hanno affermato che con la rinuncia si toglie a Roma un obiettivo di medio-lungo periodo che le avrebbe giovato: mese dopo mese avrebbe sollecitato l’Amministrazione capitolina e le aziende dei servizi ad adeguare la città agli impegni presi con il Comitato Olimpico Internazionale elevando lo standard qualitativo della città di cui i cittadini sentono forte bisogno. Un traino per investimenti finalizzati al miglioramento di infrastrutture esistenti, quali quelle della mobilità ed informatiche.
In questo quadro quello che fa più riflettere,  come dimostrano i ripensamenti e le difficoltà della sindaca Virginia Raggi a completare la giunta e a coprire figure apicali nell’Amministrazione e nelle aziende, è che a breve sotto il gravame della pesante situazione finanziaria diverrà evidente l’errore di non aver dato una prospettiva alla faticosa amministrazione quotidiana della Capitale, nemmeno alternativa a quella delle Olimpiadi. Si sottovaluta che dall’apertura dell’indagine Mafia capitale e degli atti giudiziari conseguenti il rallentamento dell’attività amministrativa ha colpito tutte le funzioni comunali. Senza voler minimizzare l’obiettivo di dover assicurare la legalità in ogni atto amministrativo e combattere la corruzione, con l’ordinaria amministrazione non si ricostruirà la fiducia dei cittadini romani verso il Campidoglio se non si riorganizza con urgenza e competenza la struttura burocratica capitolina tenendo conto per un verso dei profondi mutamenti nel tessuto sociale della città a seguito della lunga crisi che ha modificato l’assetto produttivo, le condizioni e gli stili di vita dei cittadini e per un altro della libertà dalle costrizioni temporali e spaziali che l’innovazione tecnologica mette a loro disposizione a livello individuale. Con la conseguenza di far apparire un ostacolo tutto ciò che dipende dalle funzioni pubbliche.
La stessa cosa si può dire per l’uso dei servizi gestiti dalle aziende comunali (Atac ed Ama, su tutte) alle quali non giova l’essere descritte come la causa di tutti i disagi patiti dai romani quando sono ben noti i limiti finanziari in cui si dibattono da molti anni che ne hanno impedito la maggiore efficienza. Né può essere sottovalutato il clima che si respira negli uffici comunali in conseguenza della mancata applicazione dell’accordo sindacale sul salario accessorio di cui i 23.000 dipendenti capitolini (per un totale di 30 milioni di euro) attendono l’erogazione da un anno e mezzo.
Le linee programmatiche della sindaca Raggi richiamando finalità etiche, di trasparenza e di partecipazione dei cittadini dicono poco sulla futura governance, su come diventerà reale la maggiore autonomia dei municipi, snodo essenziale per farli uscire da una condizione di inutilità mentre è elevata la possibilità attraverso di essi di contribuire alla ripresa di fiducia verso il Campidoglio. La open government è un tale elenco di cose da modificare da essere inseparabile dalla riorganizzazione burocratica citata in precedenza.
L’obiettivo di dare priorità ai problemi delle periferie è una ragione di più per chi voglia non solo amministrare la città, ma assolvere ad una funzione di sviluppo che accrescano le opportunità di lavoro.
Una prova di quanto la giunta Raggi sia consapevole di ciò l’avremo nei prossimi giorni con l’approssimarsi dell’elezione del Consiglio Metropolitano previsto per il 9 ottobre prossimo. Se come appare esso sarà vissuto come un appuntamento burocratico, un intralcio all’attività della giunta romana avremo una prima conferma del minimalismo che paventiamo.
L’Unione Europea e il dettato della legge Delrio ripongono aspettative importanti nelle grandi aree urbana. Roma lo è per dimensioni, caratteristiche economiche e sociali e per relazioni con il territorio oltre i confini comunali e deve farsene carico. Sotto la sua direzione il prossimo Consiglio Metropolitano deve redigere capitoli importanti: il piano strategico, l’assetto di area vasta per i servizi a rete, la suddivisione del territorio in ambiti territoriali che siano espressione delle dinamiche sociali ed economiche, anche comprendendo i municipi romani e i comuni limitrofi, il ruolo attivo per la legge per l’elezione diretta dei consiglieri. E’ illusorio pensare che questa progettualità venga delineata senza un indirizzo della giunta romana: non cogliere l’occasione delle prossime elezioni del consiglio metropolitano dando a questo un indirizzo programmatico, sarebbe un ulteriore segno dell’incerto futuro della Capitale.
 
 
 
 eventi
non ci sono eventi in programma
 
 Teorema Territorio
 
 
 
 
 
 sociale
iscrivimi  cancellami
 
 
Array ( [r] => pubblicazioni [id] => se-vince-lordinaria-amministrazione-di-mario-ajello [lan] => it ) 1Array ( ) 1bool(false)