Possiamo non avere paura - di Mario Ajello
sabato, 30 luglio 2016 primo piano
 
L’orrore, la pietà e la paura che suscitano l’uccisione del religioso in chiesa, in un piccolo comune francese si accentua per il crescendo di atti di terrorismo di gruppi islamici contro innocenti cittadini europei e li accomuna alle sofferenze  delle popolazioni del Medio Oriente e di tanti altri scenari di guerra.
Il terrorismo mosso dalla centrale Daesh/Isis non è più un’altra modalità della guerra mai cessata in Iraq, in Afganistan e da ultimo in Siria, ma è una strategia d’attacco per penetrare anche nelle società culturalmente più lontane, per sfidarle e mostrarne la debolezza morale e materiale. D’improvviso ci mostra la debolezza della strategia politica e militare tesa a tenere “la guerra a pezzi” di cui parla Papa Francesco, fuori dai confini nazionali.
Nell’apparente facilità di diffusione, il molecolare terrorismo islamico va a sommarsi alla paura del futuro che attraversa la nostra vita individuale e collettiva, per la lunga crisi economica e per l’impreparazione ad accogliere le centinaia di migliaia di persone che, disperate sopportano ogni angheria,  pur di trovare rifugio in Europa fuggendo essi stessi dalla paura del proprio paese in guerra e dall’indigenza.
Paura che attraversa il mondo per l’incontrollabile velocità del cambiamento, di perdere o non ritrovare lavoro, di restare indietro rispetto agli altri in una distribuzione sempre più impari delle risorse, di perdere il controllo delle circostanze e della routine della vita quotidiana.
Paura che  coloro che ci governano abbiano perso il controllo per forze contrarie ed oltre la loro portata; paura che già si è espressa nei risultati elettorali di alcune consultazioni di paesi europei.
Come dimostra il dibattito e l’esito del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nemmeno sistemi politici con una più solida cultura democratica riescono ad evitare che rappresentanti politici rifuggano dalla tentazione di volgere a proprio vantaggio l’impasto di paure che avvolge la popolazione.
Di tutto questo dobbiamo essere consapevoli e se per un verso non dobbiamo meravigliarci se continueremo ad ascoltare propositi e programmi politici basati sulla paura degli stranieri, del cambiamento, delle frontiere aperte e delle comunicazioni senza vincoli, della libera espressione delle opinioni e dell’arte (è quanto sta facendo Erdogan in Turchia), per un altro non dovremo stancarci di credere che la nostra capacità di vincere la paura non poggi su una riduzione della democrazia, su presunti “uomini forti”, ma sulla politica sociale per rigenerare coesione sociale e condivisione di un comune destino: la previdenza sociale collettiva, i servizi sanitari essenziali per tutti senza distinzione di ceto e il contrasto delle disuguaglianze di reddito e ricchezza, anche per i nuovi cittadini immigrati. Solo lo Stato ha le risorse e l’autorità per fornire con continuità questi servizi imponendo limitazioni a nome della collettività.
L’irreale rappresentazione che ciò sia una limitazione della libertà individuale è ancora una volta il discrimine fra opposte posizioni politiche smentendo la tesi che oramai non vi siano più distinzioni valoriali, ma solo modalità di realizzazione.
Per questa via, pur minacciati dal terrorismo ed impauriti dalle insicurezze, constateremo di aver bisogno di uno Stato regolatore che trova la sua legittimità in un processo democratico di formazione delle opinioni e con il voto e verificheremo che è questa la migliore condizione concepibile per il nostro futuro.   
Quanto fin qui detto, il desiderio di prevedere e progettare il futuro e renderlo più vicino alle nostre aspirazioni, non ci deve far dimenticare il tema dell’esistenza del ”male”, di quanto l’uomo può compiere contro il bene comune, a livello locale e globale.
Un concetto considerato poco razionale e come tale rifiutato nell’analisi politica, ma molto presente nel pensiero religioso che lo considera immanente come quello di divinità. Le nostre società lo hanno rimosso per il bisogno assoluto di aver fiducia nella razionalità e questo ci ha portato a considerare la Shoah, Hiroshima, Nagasaki e le atrocità del XX secolo come qualcosa di unico ed irripetibile, ma l’eccidio dell’11 settembre e quanto a questo sta seguendo ci dice che ciò non è vero. Su questo il pensiero filosofico s’interroga da tempo; prenderne coscienza in modo individuale e collettivo può essere prezioso nella ricerca di come ridurne la carica distruttiva.
 
 
 
 eventi
non ci sono eventi in programma
 
 Teorema Territorio
 
 
 
 
 
 sociale
iscrivimi  cancellami
 
 
Array ( [r] => pubblicazioni [id] => possiamo-non-avere-paura-di-mario-ajello [lan] => it ) 1Array ( ) 1bool(false)