Lettera aperta ad Orfini - di Rodolfo Carelli
sabato, 07 novembre 2015 politica
 
Siamo un gruppo di amici che periodicamente si incontrano per approfondire i problemi che il Paese ci pone, talvolta nel vivo dell’esperienza comune come quella dolorosa che attraversa Roma, per ricercare le risposte giuste facendo tesoro delle nostre esperienze in tanti anni di servizio alle nostre comunità.
Riteniamo una congiunzione favorevole degli astri il tuo doppio incarico di Commissario a Roma e di Presidente del partito perché come ti prospetteremo puoi essere l’uomo decisivo di una svolta storica tipo quella auspicata da Sturzo: “Nei momenti di difficoltà bisogna ampliare gli spazi di libertà, di partecipazione, di responsabilità”.
Il male oscuro delle aree metropolitane, di tutte non solo di Roma, sia delle città che delle regioni metropolitane, è rappresentato dalla perdita del rapporto ravvicinato tra eletti ed elettori in grado di concorrere ad una selezione di classe dirigente che nasce dal basso ed è messa in grado di crescere fino ai più alti livelli istituzionali in modo graduale senza recidere il rapporto originario col territorio. Di questa esigenza si era fatta interprete la prima introduzione in Costituzione delle città metropolitane allorché assorbendo le province ne mutuava il sistema elettorale uninominale con premio di maggioranza, peraltro esteso a tutto il territorio provinciale. Si evitava così di ridurre ad ascari gli altri comuni della provincia e nel caso di Roma evitare l’ espansione a macchia d’olio a spese di quella cintura di verde che caratterizza Roma nei confronti di altre metropoli europee. Ripristinare il rapporto stretto di fiducia tra eletti ed elettori, che è stato bruscamente interrotto dai “nominati e non più eletti”, consentirebbe di premiare, rispetto alle risorse impiegate, la conoscenza diretta e la frequentazione costante tra eletti ed elettori con benefici per entrambi e più in generale per la salute del sistema democratico.
È un dato di fatto che quasi tutte le aree metropolitane (città e regioni) sono state contrassegnate da scandali con un denominatore comune: la collusione tra potere politico ed economico, legale e non, con la cerniera di connivenza rappresentata dal potere burocratico. Non è un caso che consapevoli della nostra fragilità chiediamo aiuto affinché “non ci induca in tentazione”. Per i politici degni di questo nome c’è un preciso dovere, richiamato esemplarmente da Emmanuel Mounier, di aggredire “il disordine stabilito” compreso quello stabilito per legge, com’è quello sancito nelle leggi elettorali. Quando nella città metropolitana di Roma, il sistema elettorale prevede che ci sia un’unica circoscrizione elettorale per circa 3.000.000 milioni di abitanti con voto unico di preferenza (recentemente portato a due nei comuni purché distinto per genere) come dire ciascuno contro tutti specie nella stessa lista, la tentazione legata alla sopravvivenza, ma soprattutto alla preminenza sugli altri, induce naturalmente all’incauto connubio tra potere politico ed economico tramite quello burocratico, spesso compenetrati gli uni negli altri. Questo è possibile solo con circoscrizioni elettorali a misura di comunità e comunque non superiori ai 300.000 abitanti. C’è una ragione in più nel ridimensionamento auspicato ed è quello di ripristinare l’ascensore politico dal basso, nel caso di Roma e delle grandi città metropolitane di consentire a chi ha fatto l’esperienza delle circoscrizioni di mettere a frutto l’esperienza acquisita. Questo obbiettivo fondato sul merito acquisito sul campo viene frustrato nel passaggio dalle circoscrizioni al capoluogo, passando da un bacino elettorale mediamente intorno ai 300.000 abitanti ad un muro da scalare di circa 3.000.000 di abitanti favorendo il peso degli apparati di partito e/o delle lobby nonché del devastante connubio tra potere politico ed economico, legale e non.
In questa direzione andava saggiamente la legge che istituiva le città metropolitane assorbendo le province ma salvaguardando le esperienze di base nel momento in cui estendeva alle città metropolitane l’uninominale proporzionale col premio di maggioranza vigente per le province. Questa preoccupazione di consentire un’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto è stata finora del tutto assente. L’unico segno di ravvedimento finora è stato riscontrato a livello nazionale nel prevedere collegi piccoli sul modello spagnolo anche se la preoccupazione maggiore è stata quella di favorire le forze più consistenti rispetto alla crescente frammentazione delle forze politiche.
È a mio avviso il momento propizio per fare dei collegi più piccoli una riforma di tutto l’ordinamento restituendo a tutti i livelli agli elettori la selezione della classe dirigente che i partiti infeudati ai potenti di turno, i boiardi metropolitani e regionali, non sono stati in grado di fare, come dimostrato dalle vicende giudiziarie che hanno interessato un po’ tutte le regioni e le rispettive aree metropolitane.
Se c’è del marcio che induce in tentazione nelle leggi elettorali è ora che ci si ponga rimedio.
 
 
 
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