Il futuro di Roma in un’analisi sulle ragioni del declino dell’Europa - di Mario Ajello
giovedì, 14 gennaio 2016 politica
 
Nel discorso pronunciato il 12 gennaio dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama sullo “stato dell’Unione”, vi sono due passaggi che debbono farci riflettere per la similitudine con la situazione europea: l’accusa alle grandi corporate finanziarie ed industriali di alimentare la radicalizzazione della lotta politica e il rancore diffuso nella società statunitense per quanto subito negli anni di lunga crisi economica, non lenito negli ultimi anni dalla ripresa dell’occupazione e dall’incremento del reddito nazionale. Non basta evidentemente a creare coesione sociale e ad impedire il diffondersi di rancore nei rapporti fra i cittadini e fra questi ultimi e chi ha responsabilità di governo, l’enorme ricchezza prodotta dal loro paese (il più ricco del mondo e con il più forte apparato militare del mondo, superiore alla somma di quelli delle otto nazioni immediatamente seguenti, come dichiarato da Obama, nello stesso discorso);  probabilmente pesa l’iniquità della ripartizione del reddito,  la sproporzione del numero dei cittadini a basso reddito, con il continuo rischio di cadere in povertà, nel mentre vengono esaltati modelli di vita sempre più irraggiungibili per alimentare la spinta consumistica: il 12% della popolazione statunitense è considerato povero e il 22% in stato di grave disagio economico. 
In tutt’altro contesto politico ed economico i cittadini europei hanno visto gli stessi sconvolgimenti, denunciano le stesse reazioni di sfiducia verso la politica e lo stesso diffuso sentimento di rancore per le forti disparità nelle opportunità di contrastare i danni prodotti dalla lunga crisi economica, con l’aggravante di percepire tutto ciò come il segno di un declino di tutto il continente.
E’ partendo da questo diffuso sentimento e da quanto questo possa pesare per il futuro di Roma che nel dicembre scorso l’Astril (Associazione studi e ricerche interdisciplinari sul lavoro) ha promosso un dibattito sul libro“Destini e declini. L’Europa di oggi come l’Impero romano?” (Donzelli Editore), scritto dal giornalista economico e docente di politiche del lavoro, Romano Benini. Al dibattito svoltosi nei locali della facoltà di Economia, hanno partecipato il presidente dell’Astril, Prof. Sebastiano Fadda, ordinario di Economia politica a Roma Tre, il giornalista, Mario Barbi, esperto di politiche europee e due ex-vicesindaci romani, Marco Causi e Walter Tocci.
L’autore ripercorre le vicende della decadenza dell’Impero romano preso a riferimento per la quantità di studi condotti intorno ad un processo snodatosi per oltre un secolo e mezzo e s’interroga su quanto siano presenti i fattori che portarono alla fine di una civiltà straordinaria, in quanto sta accadendo nell’attuale fase storica in Europa, in Italia e nella Capitale.
Romano Benini esamina sotto molti parametri la situazione europea ed italiana giungendo alla conclusione che il declino dell’Europa e dell’Unione Europea che ne è gran parte, è nei fatti e può essere fermata se i singoli stati prendono atto che l’aggregazione per utilità del mercato finanziario realizzato con le attuali istituzioni, i trattati e la moneta unica, non è in grado di produrre politiche di sviluppo con l’aggravante di delegittimare le forze politiche europeiste, apparse nei singoli paesi incapaci di recepire l’esigenze di sicurezza sociale ed equità proveniente dai cittadini.
Fra le proposte per contrastare il declino Benini esorta a riconoscere che la crisi d’identità è una concausa del declino e della disgregazione e di conseguenza invita ad investire nella coesione sociale, oggi messa in pericolo dal difetto più grande di questi anni: l’accidia, ovvero la voluta inerzia a reagire, che testimonia la mancanza di virtù, prima fra tutte il riconoscimento dell’altro, con la solidarietà. Un comportamento da condannare anche per l’urgenza di far fronte al crescente numero d’immigrati sul suolo europeo che mette a dura prova non solo la coerenza con i valori su cui poggia il processo d’integrazione fra gli stati europei, ma la loro stessa stabilità politica. Benini afferma quindi che la sfida dell’integrazione interna e dei nuovi arrivati, è una sfida all’innovazione poiché solo con essa l’Unione Europea saprà tenere insieme le diversità.
Sebastiano Fadda nel parallelismo fra le ragioni della prolungata mancata crescita italiana e quella europea più recente, espressa nel libro, ha ritrovato i diversi fattori che la scienza economica considera alla base del mancato sviluppo: la crisi delle istituzioni economiche, il ricorso alle restrizioni della concorrenza,  un’inefficiente allocazione delle risorse umane (la meritocrazia non è la soluzione se non si precisa il criterio, il parametro di riferimento), la distorsione delle finalità di coloro che devono assolvere alla funzione pubblica (quali lo spendere il potere acquisito per conquistare nuovi incarichi e non per adempiere alle funzioni istituzionali), l’inefficienza e l’inefficacia di enti che vengono costituiti allo scopo di migliorare le performance della Pubblica Amministrazione. E’ d’ostacolo alla governance dei processi economici il danno prodotto dall’atomizzazione dei corpi intermedi a livello nazionale ed europeo; essa è confermata da una crescente verticalizzazione delle sedi ove vengono assunte le decisioni. 
Sul piano delle politiche dell’UE sono motivo di crisi il perseguire una finalità solo finanziaria, la carenza d’investimenti pubblici e l’espropriazione delle sedi deputate a decidere per una corretta governance. Su questo - ha concluso il Professore - è illuminante quanto avvenuto per la crisi greca: le decisioni non sono state assunte dal Consiglio europeo, ma dall’Eurosummit e questo ha subito quanto proposto dalla sola Germania, poiché nemmeno la Francia ha avuto voce in capitolo.
Mario Barbi ha ricordato che parlare di Unione Europea, non significa parlare d’Europa, poiché a questa è legato un concetto più forte ed evocativo. Delimitando all’Unione Europea le tesi sulle ragioni della crisi espresse nel libro, Barbi ha affermato che Benini non si chiede se essa possa essere ricondotta ad un nodo centrale. Per il giornalista e studioso di politiche europee, per quanto possa apparire una semplificazione la crisi discende dall’asimmetria dei poteri messi in comune dai singoli stati: nel mentre ci si è dotati di una moneta unica, senza una corrispondente politica economica, non si è tenuto nel dovuto conto la delegittimazione delle istituzioni democratiche, sia dell’UE che dei singoli paesi. Barbi ha ricordato che gli accordi di Maastricht del dicembre del 1991 per la moneta unica prevedevano la convergenza dei sistemi economici nazionali, in materia di fiscalità, produttività, competitività e debito, ma questo non è avvenuto.
Con il sopraggiungere della crisi i mancati adempimenti degli impegni presi hanno messo a nudo la debolezza del patto fra i paesi dell’euro. La scelta di fronteggiarla con più stringenti misure finanziarie (il fiscal compact, la selezione delle banche, le diverse “Basilee”), senza tenere conto degli effetti recessivi in atto e peggiorativi nell’immediato futuro, evidenziano la convinzione dei vertici UE che le differenti posizioni sociali ed economiche presenti al suo interno non siano componibili in altro modo e  che i cittadini non siano in grado di comprenderne la necessità. La riduzione delle potestà nazionali che in tal modo ne consegue, non viene bilanciato dai risultati attesi dai cittadini dei paesi più pesantemente colpiti dalla crisi, con l’esito di accentuare le divisioni all’interno dei singoli paesi. A rendere poi più problematico questo scenario concorre in modo decisivo l’assenza in Europa di una leadership all’altezza della sfida lanciata dalla crisi.
In questo contesto l’Italia, che aveva aderito all’euro per farne un vincolo esterno che imbrigliasse l’irresponsabilità finanziaria dei governi e delle giunte locali ai diversi livelli per realizzare solide politiche per lo sviluppo, non ha colto l’obiettivo: non è cresciuta in virtù finanziarie e non sembra disporre di una leadership all’altezza della sfida in atto.
Walter Tocci ha affermato che in una lettura empirica di lungo periodo qual è quella fatta da Benini, Roma si comprende solo in una dimensione storica e in questo senso non condivide la tesi di un declino anticipazione di un processo di decadenza, in seguito a quanto è avvenuto.
Bisogna saper dimenticare il ‘900 e ciò è utile per ricominciare (vedi l’Inghilterra dopo l’età vittoriana, capace di reinventarsi con la grande attenzione alla politica estera).
Roma combatte da sempre con la decadenza e questo si vede nella sua storia dalle alterne vicende della burocrazia e del fisco. Siamo cambiati, ma quello che è rimasto è l’universalismo che le trasmette la presenza della Chiesa cattolica. Papa Francesco vuole allargare il messaggio della Chiesa oltre i confini europei, ma chiamando al telefono “Tarzan” Alzetta per ascoltarlo nella sua battaglia per la casa, ci indica due cose: la vicinanza ai bisognosi e la possibilità d’instaurare un rapporto (finora inconcepibile) con la realtà di tutti i giorni da parte di un rappresentante di un’istituzione tanto elevata.
La fase che viviamo dice alla politica romana che per riconquistare attenzione da parte dei cittadini deve mostrare una radicale progettualità politica ed istituzionale, poiché non basta la sola tecnica. Roma presenta problemi amministrativi, economici e sociali; Roma deve uscire dalla dipendenza dallo Stato; per quanto possibile deve costruire da sola il suo futuro, come aveva tentato di fare fino a dieci anni fa.
Oggi ci sono elevate differenze sociali fra i municipi e al loro stesso interno e ciò crea grandi problemi; è questa la ragione che ci fa dire che il Comune di Roma è troppo piccolo per grandi obiettivi e troppo grande per risolvere i problemi che ci sono nei municipi. 
Sul piano economico Roma pur essendo il centro di consumo più grande d’Italia deve prendere atto che i motori che l’anno fin qui sostenuta (la spesa pubblica e la rendita immobiliare) non sono più in grado di generare sviluppo e deve contribuire alla costruzione di una nuova economia, investendo sulla conoscenza, sui grandi centri di formazione rendendoli attraenti per i giovani stranieri ed italiani, diversamente da quanto lo sono oggi.
Marco Causi  ha affermato che vi sono elementi di questa crisi che vanno al di là della stessa Europa e la lentezza con cui ne stiamo uscendo sta dando forza alla tesi che siamo in presenza di una “stagnazione secolare”: un’espressione che fu coniata nella crisi del ’29, per le difficoltà che s’incontravano per superarla. Le caratteristiche dell’attuale fase socio-economica sono:
  • disuguaglianze crescenti all’interno dei paesi avanzati;
  • frenata nella crescita dei paesi emergenti che non riescono a sostenere la domanda globale;
  • più lenta evoluzione tecnologica con conseguente più basso impatto sulla crescita mentre permangono i più acuti aspetti sociali, provocati dalla crisi (disoccupazione, insostenibilità delle misure del welfare).
Sul piano politico internazionale alla fine del bipolarismo non è seguito ancora uno stabile assetto multipolare e l’incertezza è aumentata dall’instabilità nei paesi avanzati per le dure conseguenze sociali della crisi (con la crescita delle forze antisistema e populiste) e in quelli emergenti (in particolare nei paesi esportatori di idrocarburi e materia prime) che devono ridimensionare gli obiettivi di politica economica e sociale a causa del rallentamento della domanda globale.
La ricetta per la competitività dei territori poggia su:
  • la specializzazione produttiva. Nell’area romana non si può parlare di distretti, ma vi sono reti d’imprese nell’aerospazio di tutto rispetto. La specializzazione non di rado genera innovazione e ciò sarebbe di grande giovamento per l’economia locale ed i cittadini se fosse perseguito con decisione da tutto il settore dei servizi romano che invece è fin troppo legato alle rendite di posizione;
  • le risorse proprie del territorio. Nel territorio metropolitano vi sono situazioni che dimostrano come sia possibile raggiungere livelli di qualità elevati e contemporaneamente ottenere un contenimento dei costi di produzione;
  • la governance in atto: le regole e la cultura locale. A Roma le infrastrutture sono insufficienti ed inefficienti, ma manca soprattutto un’efficiente governance locale e questa carenza genera un degrado del rapporto fiduciario fra gli enti e fra questi ed i cittadini. Il 98% dei problemi romani dipende dall’indisponibilità a condividere le responsabilità; un esempio emblematico è la reciproca continua rivendicazione di autonomia delle sovrintendenze comunale e statale.
Nel concludere il dibattito Sebastiano Fadda ha messo in evidenza come alcune delle proposte più significative, quale quella espressa da Tocci sulla politica di valorizzazione dei fattori che determinano l’economia della conoscenza, siano senza esito da anni e che questo obiettivo comporti l’individuazione dell’autorità pubblica e delle modalità con le quali governare la trasformazione del modello di sviluppo romano, riconosciuto unanimemente superato.
 
 
 
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