ABISSO CARCERI: LA SITUAZIONE NEL LAZIO - Di Giovanna Gueci
mercoledì, 14 novembre 2012 cultura
 
 
 
 

A sud di Gerusalemme, già prima della venuta di Gesù, esisteva un luogo dove si bruciava l’immondizia della città. Una discarica dove, insieme ai rifiuti, si ammassavano i ladri, gli assassini, le adultere, i malati di mente.

Dove vanno a finire, invece, in Italia (e nel Lazio) le persone condannate a pene detentive? In carceri complessivamente dotati di 45.000 posti, in cui attualmente “vivono” 68.000 uomini e donne.

Seconde e terze brande per dormire, oppure il pavimento. Turni tra i detenuti per stare in piedi nei pochi metri quadrati della cella, dove si rimane rinchiusi per 20 ore al giorno in un sovraffollamento insopportabile. Ridottissima l’attività lavorativa e quella di socializzazione, assolutamente insufficiente l’assistenza sanitaria. La carenza del personale di Polizia penitenziaria (causa anche di malattie e suicidi tra gli agenti), di psicologi ed educatori, i tagli sempre più drastici e di prossima attuazione della politica completano un quadro divenuto ormai cronico, di grave e sistematica violazione dei diritti umani. Il riflesso del disastro della giustizia italiana: 10 milioni di procedimenti penali pendenti e la condanna costante del nostro Paese in sede europea per l’irragionevole durata dei processi e le degradanti condizioni degli istituti di pena.

Il Lazio non fa eccezione ed il dibattito di ieri (30 ottobre ndr.), “Abisso carceri – tutto quello che tutti sanno sulla crisi del sistema”, promosso dall’Ordine degli Avvocati di Roma, ne è una conferma.  Solo 48 gli psicologi attivi nella Regione, con appena 16-20 ore mensili di colloquio: 2 ore e mezza a settimana per tutti i detenuti, da dedicare ai servizi “Nuovi Giunti” e “Osservazione e trattamento”. “Un lavoro difficilissimo, a volte impossibile – racconta Antonella Pacini, psicologa e psicoterapeuta presso il Sert di Regina Coeli e Rebibbia Nuovo Complesso – per il numero di ore e personale ridotti al minimo. Per i Nuovi Giunti dobbiamo valutare il rischio di autolesionismo, la possibilità di fare o subire violenza, l’osservazione e la diagnosi di eventuali disagi psichici, la richiesta di alta sorveglianza. A tutto ciò si aggiunge il servizio Osservazione e trattamento per i detenuti definitivi, con le richieste per le misure alternative, la revoca dell’alta sorveglianza e infine i colloqui di trattamento psicologico, che, se costanti, riuscirebbero a prevenire episodi di autolesionismo e suicidi, oltre che la recidiva”.

Le ore, però, per questo tipo di colloqui, sono state ridotte al minimo, mentre la Regione Lazio ha dichiarato la “mancanza di fondi” a fronte della richiesta degli psicologi di poter diventare personale sanitario a tutti gli effetti. Attualmente, tale professionalità ricade nel capitolo “attività culturali, ricreative, sportive”.

L’onorevole dei Radicali Rita Bernardini, in Commissione Giustizia alla Camera, richiama anche ai doveri del Magistrato di sorveglianza: “E’ il responsabile del trattamento dei detenuti, deve visitare le carceri e deve intervenire in presenza di trattamenti degradanti. E in questi casi può impartire ordini e non solo semplici segnalazioni. Tutte attività praticamente inevase”.

Criticità anche per l’Istituto di pena minorile di Casal del Marmo, attualmente “al completo” con 60 presenze. Qui, secondo i dati forniti dall’Ufficio del Garante dei Detenuti del Lazio, la carenza del personale di Polizia penitenziaria impedisce di fatto la partecipazione dei minori ristretti a corsi ed iniziative fuori dal carcere e, a volte, anche la semplice traduzione per una visita medica. L’estate è trascorsa con un solo agente di guardia e un aumento notevole di ragazzi in osservazione psichiatrica. Qui, però, si può contare sulla presenza fissa in istituto di due psicologi, indispensabili se si pensa che questa struttura ospita spesso anche ragazzi provenienti da altre regioni d’Italia. Il Garante dei Detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, sottolinea: “Qui abbiamo ragazzi provenienti da luoghi come Napoli, l’Aquila, da ambienti della criminalità organizzata, perché Casal del Marmo è comunque più ospitale e meno affollato di tanti altri istituti. Il vero problema dei giovanissimi che commettono reati anche molto gravi è il loro bassissimo livello culturale e per molti altri l’essere meno inseriti, come avviene per gli stranieri. Quello che bisognerebbe capire è che per non rinunciare al recupero, così come prevede la Costituzione, è necessario seguire questi ragazzi anche dopo la loro esperienza in carcere, attraverso attività, ambiente e personale adeguati. Ma non si può pensare di fare tutto questo tagliando risorse economiche”. 

Le preoccupazioni del Garante del Lazio riguardano però la situazione carceraria nel suo complesso. L’avvocato Marroni, nel documento sottoscritto nell’ambito del Coordinamento Nazionale dei Garanti, inviato a metà del mese di ottobre  al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Ministro della Giustizia Paola Severino, al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino ed al Vice Capo dello stesso Dipartimento, Luigi Pagano, ed in attesa di risposta, fa riferimento alle parole stesse del Capo dello Stato, quando il 28 luglio 2011, ormai più di un anno fa, parlava del problema carceri come di questione di “prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”, che ha raggiunto “un punto critico insostenibile”, segnalando “l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona. Una realtà non giustificabile in nome della sicurezza che ne viene più insidiata che garantita”.

Parole rimaste inascoltate e scelte governative che viaggiano nella direzione opposta.

Secondo il Garante del Lazio, a preoccupare sono ovviamente le notizie relative al riesame della spesa finanziaria dell’Amministrazione Penitenziaria: l’eliminazione delle risorse per la manutenzione degli edifici, lo svolgimento di attività lavorativa, la formazione professionale, i corsi scolastici, l’assistenza sanitaria. Altra e più grave preoccupazione, secondo Marroni, è la riscrittura dell’organizzazione penitenziaria, che andrà ad incidere negativamente sui fini e le funzioni della pena, come invece previsto dalla Costituzione e dall’Ordinamento Penitenziario (Regolamento di esecuzione 230 del 2000): il carcere servirà solo alla reclusione, mentre molte Direzioni di Istituti minori verranno soppresse (si parla di cento istituti senza Direzione autonoma), insieme all’eliminazione della Direzione generale esecuzione penale esterna. Impraticabili, con i tagli previsti, anche le attività di aiuto e controllo sul territorio, richiamate dalla sentenza costituzionale n. 343 del 1987.  

Tutto, insomma, nella direzione di un risparmio economico che solo un carcere esclusivamente di “contenzione” può garantire, contro il dettato dell’art. 27, comma 3 della Costituzione, per il mancato rispetto del quale l’Italia è sistematicamente condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’uomo. Una condanna che ci richiama costantemente a quella scelta della nostra Repubblica, secondo la quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

 

(Per Teorema, Giovanna Gueci)
 
 
 
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