A Cuba, dopo dieci secoli, l’abbraccio fra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca - di Luciano Di Pietrantonio
sabato, 13 febbraio 2016 notizie
 
È accaduto un evento, che definire storico può sembrare riduttivo, ma è avvenuto. Certamente con grande sorpresa, non solo dei cristiani, ma anche per i mass media di tutto il mondo,  nell’isola caraibica di Cuba, a L’Avana, dopo secoli di lontananza e di divisioni, Papa Francesco - Vescovo di Roma - che guida la Chiesa cattolica, e il Patriarca ortodosso di Mosca e di tutta la Russia, Kirill, si sono incontrati, parlati e abbracciati. Si tratta di un incontro “preparato da lungo tempo”, infatti nel corso degli anni 1996/97, si svolsero “intensi negoziati” per un incontro in Austria, tra l’allora Patriarca Alessio e Papa Giovanni Paolo II, ma i “negoziati si fermarono” con motivazioni legate  alla situazione storica dell’epoca.
 
Si è trattato di un incontro che era il sogno di Papa Karol Wojtyla, che morì senza la possibilità di realizzarlo. C’erano troppe difficoltà e incomprensioni. Gli impedimenti erano sempre presentati come insormontabili. Oggi, dopo circa dieci secoli, che i “capi” di queste due Chiese, le più grandi del mondo cristiano, non si parlano “ faccia a faccia”, avviene il colloquio tanto atteso. In passato, si era cercato un luogo che fosse “neutro”, scartando città come Mosca e Roma, per questo si è scelta Cuba, nel continente americano. La scelta di vedersi a Cuba è stata determinata da una “situazione favorevole”: i viaggi in contemporanea del Patriarca Kirill, in visita ufficiale a L’Avana, la capitale del Paese, e il viaggio di Papa Francesco in Messico, che ha anticipato la partenza da Roma per fare scalo nell’isola caraibica.
 
L’incontro privato si è tenuto nell’aeroporto internazionale de L’Avana, in una sala  preparata, dove il Patriarca Kirill e Papa Francesco, sono stati accolti dal Presidente Raul Castro, fratello di Fidel, lo storico leader rivoluzionario cubano che ha governato del 1959 al 2008.  Negli anni giovanili i  due Castro avevano studiato al Collegio de Belèn, sotto la guida di sacerdoti Gesuiti.
 
Perché questo primo  colloquio si svolge solo adesso, dopo circa mille anni dal “grande scisma”? Sono anni che si sta lavorando in silenzio al riavvicinamento fra le due Chiese, ma questi ultimi tempi sono stati segnati, in maniera cruenta, dalle persecuzioni dei cristiani nel mondo. I terroristi, gli estremisti e i fondamentalisti uccidono, incendiano case e distruggono chiese, usano violenza verso i cristiani senza fare distinzione fra ortodossi, cattolici e protestanti. Siamo in una fase che si può chiamare dei   “nuovi martiri”, nel silenzio e nell’indifferenza della grande opinione pubblica, ove l’informazione, troppo,  “ignora o dimentica”, queste tristi e drammatiche vicende dei perseguitati.
 
Occorre ricordare che nel 1054 avvenne il primo grande scisma all’interno del Cristianesimo, e la parola scisma, indica le divisioni che si sono create nella Chiesa delle origini. La divisione tra Cristiani d’Occidente e i Cristiani d’Oriente, si chiama “Scisma d’Oriente”, perché avvenuta a Costantinopoli o Nuova Roma, capitale dell’Impero romano, e dal 1930, il suo nome è Istanbul. Intorno all’anno 1000 d.C., le incomprensioni nel mondo cristiano fra Oriente e Occidente erano diventate sempre più profonde, con grandi discussioni, su argomenti importanti e secondari. Tra questi: il primato del Papa, il credo, le dispute teologiche e politiche, quelle geografiche e linguistiche, e infine quelle comportamentali, come l’obbligo per i preti di portare la barba, per questi motivi Papa Leone IX mandò a Costantinopoli, una sua delegazione, per ricucire i rapporti fra Chiesa di Roma e quella d’Oriente.
 
In realtà, l’incontro tra i legati del Papa e il Patriarca di Costantinopoli ebbe effetti opposti: si scomunicarono a vicenda. Quanto avvenuto con la rottura del 16 luglio 1054, segna l’atto ufficiale della prima divisione dei Cristiani. Da quel momento si parlerà di Cristiani Cattolici (universali) e di Cristiani Ortodossi (fedeli alla vera dottrina). Poi secoli di lontananza e di divisioni.
 
Nel 1960,  Papa Giovanni XXIII creò il “Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani,” che era una delle commissioni preparatorie del Concilio e il cardinale Augustin Bea, S.I., ne fu il primo presidente. Le esperienze e l’impegno pastorale di mons. Angelo Roncalli, (dal 1925 al 1944)  in Bulgaria, come Visitatore apostolico, e in seguito Arcivescovo delegato apostolico in Turchia e in Grecia, in realtà territoriali, a forte presenza di popolazione ortodossa, consolidò la vocazione  ecumenica del futuro Papa.
Alla fine del Concilio, nel 1966, Paolo VI cambio nome al Segretariato, in “Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani,” con la funzione di: promuovere nella Chiesa cattolica un autentico spirito ecumenico, in linea con lo spirito del Concilio Vaticano II, e di sviluppare il dialogo e la collaborazione con le altre Chiese cristiane.
 
L’unico incontro che si è realizzato dopo lo scisma è stato quello avvenuto, in pieno Concilio Vaticano II, a Gerusalemme il 5 gennaio 1964, fra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora di Costantinopoli, un evento pensato da Papa Giovanni XXIII , definito come i “due mondi che si ignoravano, si sono incontrati, e i cristiani si sono riscoperti fratelli, laddove la fede era nata” La  Chiesa cattolica ortodossa, è una comunione di Chiese cristiane nazionali e sono quasi tutte autocefale (cioè autonome dai relativi Patriarcati). Per questo l’incontro di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca, ha assunto un valore storico universale, essendo la più grande Chiesa ortodossa. L’incontro di Cuba è avvenuto alla vigilia del Concilio Pan Ortodosso, voluto dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, al quale parteciperanno tutti i Patriarchi delle Chiese ortodosse del mondo, per avviare un cammino di comunione, da qui i buoni rapporti con la Chiesa di Roma , per la difesa della cristianità e un nuovo cammino ecumenico e di unità.
 
Ecco perché il 12 febbraio 2016, a Cuba l’incontro definito giustamente storico, tra  Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, per un colloquio privato di oltre due ore, poi la firma di una Dichiarazione comune, e lo scambio di doni. Due brevi commenti conclusivi, al termine dell’incontro,   Kirill ha detto: “E’ stata una conversazione franca e ricca di contenuti, collaborare e difendere in tutto il mondo i cristiani, e il rispetto della vita. Questo è il nostro l’impegno”.  Francesco ha aggiunto: “Abbiamo parlato come fratelli, abbiamo lo stesso Battesimo, siamo Vescovi, abbiamo parlato delle nostre Chiese, ci siamo trovati d’accordo nel dire che l’unità si costruisce nel cammino insieme.”
 
Il testo della Dichiarazione comune firmata da Francesco e Kirill, a L’Avana, è di cinque pagine divise in trenta punti. Un testo semplice e forte: “ Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana, che si incontrano per “ parlare a viva voce”, da cuore a cuore. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune fra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi.”
 
I punti salienti della Dichiarazione si possono riassumere così: “Rispondere insieme alle sfide del mondo contemporaneo; Porre fine alle persecuzioni cristiane e alle guerre in Siria e in Iraq; Dialogo interreligioso indispensabile; Libertà religiosa sempre più minacciata; Solidarietà con poveri e i migranti; Famiglia,vita,eutanasia; no a proselitismo e uniatismo; Pace in Ucraina; Fratelli non concorrenti”.
 
Nell’ultimo punto del documento,  Francesco e Kirill concludono: “ Non siamo concorrenti ma fratelli e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore”.
 
Se è vero che il primo millennio del cristianesimo è stato quello dell’unità, il secondo millennio quello delle divisioni, ora il terzo appare ricco di speranza ecumenica, e su questa speranza l’impegno del Vescovo di Roma, è una certezza.
 
Roma, 13 febbraio 2016
 
 
 
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