20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin assassinati in Somalia: dopo ventidue anni si cerca ancora la verità - di Luciano Di Pietrantonio
martedì, 22 marzo 2016 notizie
 
Ci sono “accadimenti tragici” che non finiscano quasi mai, perché la verità o le risposte, malgrado inchieste e processi, non hanno detto o fatto dire, nessuna verità e nessuna risposta. Sono certamente vicende singolari e clamorose,  che non si sa ancora quanto tempo bisognerà aspettare per avere giustizia. Una di queste vicende, è quella che  ha visto protagonisti, da oltre due decenni,  Ilaria Alpi, giornalista di Rai Tre, romana,  e di Miran Hrovatin, cineoperatore, triestino, assassinati in un agguato a Mogadiscio,  in missione come inviati della televisione italiana, per seguire la guerra civile in Somalia,  ma  sulle cause della loro fine è ancora buio pesto.
Fu un tentativo di un rapimento finito in tragedia, contro giornalisti scelti a caso o piuttosto un agguato premeditato e mirato contro testimoni scomodi, che erano a conoscenza di traffici illeciti di armi, e di rifiuti tossici e radioattivi in Somalia?
Come avvenne l’agguato? Era il 20 marzo 1994, nel primo pomeriggio, una Toyota attraversa la capitale somala, diretta verso l’Hotel Amana, a bordo la giornalista e il cineoperatore, in Somalia per seguire la Missione Restore Hope, ( che sotto l’egida delle Nazioni Unite cercava di portare aiuti alla popolazione) dove erano impegnati i militari italiani, componenti il contingente delle altre nazioni partecipanti all’operazione, tra gli altri statunitensi, pakistani e malesi. I due operatori dell’informazione italiani, erano appena tornati dal nord del Paese, dove avevano incontrato il Sultano di Bosaso.
Alpi e Hrovatin (dirà poi l’inchiesta) avevano scoperto fatti e attività clandestine, forse traffici illeciti di armi e rifiuti di vaste proporzioni. Nelle vicinanze dell’albergo, da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, un commando, e fanno fuoco. Ilaria Alpi è colpita con un proiettile alla tempia, sparato da un kalashnikov, e una raffica raggiunge Miran Hrovatin. Sembra la sceneggiatura di un film, invece è la tragica realtà di come furono freddati i due giovani italiani. Gli aggressori scappano immediatamente, senza lasciare tracce.
Nessuna rapina o tentativo di sequestro, contrariamente a quanto  fu affermato nelle prime ore, dalle notizie di agenzia  dopo la morte dei due italiani. Era stata un’imboscata mirata contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Un agguato studiato nei minimi particolari, per zittire due giornalisti diventati troppo pericolosi, per aver raccolto sufficienti indizi, per informare l’opinione pubblica su attività illecite e clandestine, che avrebbero coinvolto “personaggi e signori della guerra” nel mondo somalo e in molti Stati africani, e quasi certamente più di qualche funzionario dei Servizi del nostro Paese.
Chi erano Alpi e Hrovatin? Ilaria, nasce a Roma nel 1961, si diplomò al Liceo Lucrezio Caro. Grazie anche all’ottima conoscenza delle lingue (arabo, francese, inglese) ottenne le prime collaborazioni giornalistiche dall' Il Cairo (Egitto), per conto di Paese Sera e de L’Unità. In seguito vinse una borsa di studio per essere assunta alla Rai. Quando è stata uccisa non aveva ancora trentatre anni. Miran, nasce a Trieste nel 1949, è stato un fotografo e un cineoperatore, faceva parte della comunità italiana di lingua slovena. Lavorava anche per l’agenzia Videoest di Trieste. Aveva quarantacinque anni quando fu ucciso.
Almeno 2.297 giornalisti e altri professionisti dell’informazione sono stati uccisi tra il 1990 e l’anno scorso, con 112 vittime nel solo 2015, così indica il rapporto annuale della Federazione Internazionale dei Giornalisti (FIJ). Nel 2015 contro il giornale satirico Charlie Hebdo, è la Francia a occupare il primo posto della classifica delle vittime stilata dalla FIJ. Questi morti sono considerati i “nuovi martiri dell’informazione”, nel mondo globalizzato.
Da quella tragica domenica del 20 marzo 1994, ormai sono passati ventidue anni, cosa sappiamo dei responsabili e dei mandanti di quel feroce assassinio? Il caso Alpi – Hrovatin, dopo otto processi ( con la condanna di un somalo – Hashi Omar Assan - ritenuto innocente anche dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro Commissioni Parlamentari, che contrariamente alle precedenti Commissioni d’inchiesta si decidevano all’unanimità hanno concluso i propri lavori con relazioni contrapposte, dove la Commissione Taormina ha definito come  “Ilaria Alpi fosse andata in Somalia per una vacanza”. Oggi sta nascendo, con grande lentezza, la verità, ossia che Ilaria aveva scoperto e aveva trovato i riscontri in Africa, di attività segrete e coperte, su traffici d’armi internazionale,  fra Stati  e  tra Continenti.
Malgrado siano passati tanti anni, fra tanti depistaggi creati ad arte,  emerge una ipotesi, apparentemente azzardata, come la presenza di funzionari della Cia, i nomi dei “signori” della guerra e delle società proprietarie delle navi che servivano per il trasporto delle armi, i diversi personaggi della malavita somala, e non ultimi funzionari di altre Istituzioni italiane, legati non solo ai Servizi. A questo si aggiungono le informazioni utilizzate con la desecretazione di documenti della Commissione d’inchiesta, di nuove testimonianze, e nuove inchieste giornalistiche: per questi motivi sono necessarie continuare le indagini, per conoscere la verità vera, senza se e senza ma, e la Procura di Roma può riaprire le indagini.
Per mantenere viva la memoria e il ricordo di Ilaria Alpi non sono mancati in questi anni riconoscimenti letterari, cinematografici, libri, oltre a Targhe e Premi, oltre a intitolazioni di strade, scuole, biblioteche e ad altri luoghi pubblici e le battaglie per la ricerca della verità, condotte con passione e dedizione, da parte dei genitori di Ilaria (il padre Giorgio è scomparso nel luglio del 2010, medico stimato). Oggi la madre Luciana continua senza sosta, la ricerca  di sapere  chi ha ucciso la figlia. A questa vicenda che è fra i tanti misteri del nostro Paese, non solo le  famiglie Alpi e Hrovatin aspettano una risposta che dica la verità, ma anche gran parte della pubblica opinione italiana.
 
Roma, 19 marzo 2016
 
 
 
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