1° dicembre: Giornata mondiale di lotta contro l’Aids - di Luciano Di Pietrantonio
lunedì, 30 novembre 2015 notizie
 
A Roma la prima “Casa Famiglia” per i malati voluta da don Luigi Di Liegro
 
Ancora oggi, nel 2015, l’Aids è una malattia che continua a uccidere, spesso silenziosamente e senza clamore. Secondo l’Unaids ( Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Aids), dall’inizio dell’epidemia, più di 30 anni fa, fino al 2013 sono state circa 78 milioni la persone contagiate e 39 milioni i morti per infezioni collegate all’Hiv, nella maggior parte per tubercolosi. L’Africa Subsahariana è ancora oggi la zona  più colpita nel mondo. Sul nostro pianeta, inoltre, più di 35 milioni convivono con il virus, a volte senza esserne a conoscenza.
Quale è il rapporto fra Hiv e Aids? Il virus dell’immunodeficienza umana (Hiv, sigla dall’inglese Human Immunodeficiency Virus) è l’agente responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids), che danno origine a infezioni croniche, se non curate possono avere esiti fatali.
In base alle conoscenze attuali, l’Hiv è suddiviso in due ceppi: il primo localizzato prevalentemente in Europa, America e Africa centrale, il secondo si trova in Africa occidentale e Asia, e determina una sindrome clinicamente più moderata.
La storia dell’epidemia di Hiv/Aids inizia nel 1981, quando fu riconosciuta l’esistenza di una nuova malattia in alcuni pazienti degli Stati Uniti: in realtà l’infezione esisteva già da molti anni, ma era stata scambiata per altro. Diffusasi in maniera esponenziale in tutto il mondo ( significativo il clima creato in Europa, in quel periodo, per questa malattia sconosciuta), è diventata una vera e propria pandemia, cioè presente in tutte le aree geografiche della terra. E a differenza di tutte le altre epidemie, fino allora conosciute, fu a lungo mortale in percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati, pur nella variabilità dei tempi di sviluppo dei sintomi.
Inoltre, il legame presto dimostrato (in particolare nei paesi sviluppati) con la sfera sessuale e con l’uso delle sostanze stupefacenti, come ad esempio l’eroina, legò indissolubilmente il contagio, nell’opinione pubblica generale, a comportamenti stigmatizzabili, in quanto “trasgressivi”: la sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria, che talvolta  ha anche richiesto specifici interventi legislativi, nel corso degli anni, per il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali.
L’idea di una “Giornata mondiale di lotta contro l’Aids” ha avuto origine al Summit mondiale dei ministri della sanità, sui programmi per la prevenzione dell’Aids del 1988, ed è stata in seguito adottata da Governi, Organizzazioni internazionali di tutto il mondo. La data della giornata è quella del 1° dicembre di ogni anno, ed è dedicata ad accrescere la coscienza della epidemia mondiale di Aids dovuta alla diffusione del virus  Hiv, che dall’inizio degli anni ’80 dello scorso secolo, ha ucciso milioni e milioni di persone, diventando una delle epidemie più distruttive che la storia  dell’umanità ricordi.
In tempi recenti, dopo tanti studi,  ricerche scientifiche e sanitarie, con l’accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali, la situazione è migliorata in molte regioni del mondo con una forte diminuzione di decessi a partire dal 1996. Infatti, ciò si deve a una combinazione di farmaci che riesce a “immobilizzare” il virus nei malati bloccando lo sviluppo della sindrome immunodepressiva, cronicizzando quindi la malattia. Questo è solo un passo avanti nella lotta all’Aids sul piano mondiale.
Quindi è tutt’altro che debellata la sindrome da Hiv, perchè è ancora diffusa e persistente nei paesi sviluppati, dove è crollato il numero dei morti, ma non quello dei contagi, mentre è ancora uno dei fattori di mortalità nei paesi in via di sviluppo, all’origine di gravi problematiche sociali, etiche, economiche e organizzative. La riprova è che, fra le principali cause di morte nel mondo, il virus Hiv che  provoca l’Aids, determina 1 milione e 780 mila morti (il 3,1% del totale dei decessi) secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ed è la sesta causa fra le 10 più importanti. Le cinque cause che precedono l’Aids sono nell’ordine: Ischemie cardiache, Ictus, Infezioni vie respiratorie, Broncopneumopatie croniche e Malattie diarroiche (colera, tifo, salmonella).
L’Inaids ha lanciato un messaggio in occasione della Giornata del 1° dicembre, che rappresenta il programma delle Nazioni Unite per combattere l’Aids, che si riassume con questi numeri: “Ridurre la distanza entro il 2020 con l’obiettivo 90x90x90”, cioè diagnosi del 90% delle infezioni da Hiv, accesso alle terapie per il 90% dei malati e azzeramento della carica virale nel 90% dei casi di sieropositività”. Tutto questo per realizzare un obiettivo molto ambizioso, e per certi versi quasi impossibile: “Porre fine entro il 2030 alla più grave epidemia che l’uomo abbia mai conosciuto, senza lasciare indietro nessuno.”
Qual è la situazione in Italia? Sono oltre 1000 decessi all’anno, è il Paese con la più alta prevalenza di persone affette da Hiv in Europa occidentale. Complessivamente, sono circa 140 mila gli italiani sieropositivi, il 15 – 25% dei quali non è al corrente della propria condizione. Le regioni che hanno mostrato un’incidenza più alta sono state il Lazio, la Lombardia e l’Emilia – Romagna. Il virus colpisce prevalentemente gli uomini, che rappresentano ben il 79,6% dei casi nel 2014, mentre continua a diminuire l’incidenza delle nuove diagnosi nelle donne. L’età media per i primi è di 39 anni, per le donne di 36 anni. Quanto alla fascia di età maggiormente colpita, è risultata essere quella delle persone di 25 -29 anni (15,6 nuovi casi ogni 100 mila residenti).
Nel nostro Paese la prima struttura  di accoglienza per malati di Aids è stata aperta  nel 1988,  da Don Luigi Di Liegro all’epoca direttore della Caritas di Roma, quando la diffusione del virus era ancora agli inizi e tante persone, le più povere, morivano per strada o abbandonate in un letto di ospedale. L’angoscia, i dubbi, le paure, la non conoscenza sulla diffusione dell’Aids, portò Don Di Liegro, a scontrarsi non solo con una parte degli abitanti del quartiere Parioli, ma anche con la destra capitolina che non volevano che la Caritas aprisse la prima casa – famiglia riservata agli ammalati di Aids sulla collina dl Parco di Villa Glori.
Dibattiti nella città, provocazioni, polemiche, giornali e TV private che riportavano sistematicamente le notizie su Villa Glori per settimane. Quanta fatica per assegnare alla Caritas, la disponibilità di un piccolo sanatorio di legno, dell’ex colonia Marchiafava in abbandono  ( utilizzato per bambini affetti da tubercolosi nel periodo 1930 – 1940), che doveva garantire, secondo un motto ancora attuale, “vivere quello che resta con qualità e non con quantità”. Le persone ospitate nella casa – famiglia, erano considerati “malati terminali,” e vivevano in media dai 3 o 4 massimo 8 mesi, ora grazie ai nuovi farmaci e alle nuove terapie la vita media si è allungata.
Il primo ospite, un ragazzo, entrò nella casa - famiglia di Villa Glori, il 5 novembre 1988.
Don Di Liegro, grazie alla sua tenace determinazione, era riuscito a creare una esperienza pilota, con la collaborazione di Giuseppe Attanasio e Suor Gianna Rauner, oltre a generosi volontari a favore di tanti poveri malati sfortunati.
Lo scorso anno è stato ristrutturato un vecchio padiglione, nell’ex colonia di Villa Glori, ed è stato dedicato a Don Luigi Di Liegro. E’ il terzo nel complesso storico affidato alla Caritas, può ospitare 27 persone malate di Aids, di cui 8 donne.
Nel mondo e in Italia si celebra con “spirito di servizio,” anche prima e dopo, il 1° dicembre, la Giornata mondiale contro l’Aids, con incontri, campagne di sensibilizzazione, per ricordare e guardare al futuro per come poter estirpare il virus dell’Hiv/Aids. Significativi, anche se diversi, sono stati due eventi: uno a Bergamo con Cristina  Parodi  e il Cesvi, un organizzazione laica che opera in Africa, con la storica iniziativa “Fermiamo l’Aids sul nascere”, e il discorso di Papa Francesco, nel corso della visita in Africa, alla Casa della Carità a Kampala in Uganda, il 28 novembre scorso, dove sono assistiti malati con molte patologie e ha ringraziato gli operatori, medici e religiosi riferendosi: “In particolare al grande e fruttuoso lavoro fatto con le persone malate di Aids”. Un incoraggiamento, prezioso e autorevole, nel continente più colpito dalla malattia definita la “peste del 2000”.
 
Roma, 30 novembre 2015
 
 
 
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