Roma, voltare pagina. Il documento di Teorema
giovedì, 03 dicembre 2015 primo piano
 
Ridare motivazione alla partecipazione
 
La percezione d’essere altro rispetto all’immagine della città che viene comunicata nel mondo incide sull’identità comune e non è casuale che il futuro della Capitale risulti per i cittadini della periferia romana meno importante del luogo ove essi vivono. Un rinchiudersi che è espressione di un disagio di lunga data, riemerso per il peggioramento della qualità ambientale e dei servizi, non esclusivo di questa larga parte della città, come ha messo in evidenza la grave crisi politica ed amministrativa che ha colpito la Capitale. La mancata condivisione di una comune condizione priva Roma della spinta collettiva necessaria a vincere la stanchezza per impotenza che sembra aver colpito i romani, come è stato affermato in occasione della presentazione della “Lettera alla città” da parte del Cardinale Agostino Vallini.
Roma è sollecitata a rialzarsi nell’imminente inizio dell’anno giubilare per il valore culturale e religioso che ha la sua immagine nel mondo. Ne deve essere all’altezza per confermare il valore dell’accoglienza che la contraddistingue e per rispondere in maniera composta all’offensiva del terrore del Califfato islamico contro il mondo occidentale, i suoi simboli e la sua pratica di vita.
Gli atti terroristici avvenuti in Francia, a Parigi ed in altri Paesi, ci ammoniscono a non sottovalutare il senso di estraneità al comune destino che si respira nella città. Il dolore, lo sgomento provato per i tragici fatti, è lenito dall’empatia verso coloro che ne sono colpiti; la solidarietà dà la forza di reagire e di non soccombere alla paura: sentimenti che sono un’ulteriore dimostrazione della necessità che abbiamo di sentirci parte di una larga comunità.
Nel momento in cui il fondamentalismo religioso dell’Islam vuole dare alla professione della propria fede il segno di un riscatto politico avverso all’espressioni di libertà della nostra società, la coesione dei cittadini romani e il rispetto per la diversità culturale e religiosa dei nuovi cittadini, dai quali ci si attende la doverosa osservanza delle leggi ed il riconoscimento dei valori della società di accoglienza, rafforzano il sistema di difesa contro ogni forma di violenza. È parte di questa capacità di resistere all’offensiva del terrore islamista l’impegno a ridare motivazione ai cittadini alla partecipazione alla vita pubblica e il richiamo alla responsabilità di contribuire alla costruzione di un comune futuro.  
TEOREMA è interessata e partecipe a quanto sta avvenendo nella Capitale e nel vasto territorio metropolitano per le finalità dell’Associazione rivolte alla comprensione dei processi politici, economici e sociali e a formulare proposte. Con il suo documento vuole rispondere ad un’esigenza di mobilitazione per la rigenerazione delle istituzioni democratiche della città; agli amministratori chiede di operare per ridare ai cittadini motivazioni, regole e sedi per offrire la loro partecipazione.
 
Il cortocircuito della rappresentanza
 
Gli avvenimenti che si sono susseguiti a Roma s’inscrivono pienamente nella crisi della democrazia rappresentativa che ha colpito il nostro ed altri Paesi europei, ma in quanto emerso da ultimo nell’Amministrazione capitolina si coglie l’epilogo di una lunga “saga di potere” fra gruppi d’interesse pubblici e privati che a Roma, dal dopoguerra, sono cresciuti intorno alla rendita fondiaria e ai plusvalori generati con il passaggio dei terreni agricoli ad edificabili. Un modello di sviluppo esauritosi da tempo per le mancate soluzioni ai problemi più sentiti dai cittadini (lavoro, mobilità, qualità ambientale), che le Giunte di centro-sinistra avevano limitatamente risolto, aggravati dalla Giunta Alemanno. L’elezione di Ignazio Marino a sindaco di Roma è stata la risposta ad una domanda di discontinuità.
Le modalità che il Sindaco ha voluto seguire nell’assolvere alla sua funzione, sia per il profilo della sua esperienza precedente, che per aver voluto distinguere le sue decisioni dal primo partito della maggioranza, è qualcosa di simile a quanto si riscontra in altre realtà (Napoli con De Magistris, Genova con Doria, la Regione Sicilia con Crocetta, per citare i più noti). Semmai a rendere più accidentato il percorso ha contribuito la difficoltà di Ignazio Marino ad ascoltare la crescente domanda di “cura” della città  proveniente dai cittadini della periferia, poi estesa a molti altri quartieri. In questo contesto il coinvolgimento di alcuni esponenti della Maggioranza nell’inchiesta della Magistratura denominata “Mafia Capitale” ha ulteriormente accentuato in Marino la concezione monocratica del suo ruolo, sicuro di poter contare sui risultati conseguiti e sul consenso di quella parte dei cittadini, maggiormente critici verso i partiti e le istituzioni. Ha nuociuto al suo operato la disattenzione verso le periferie e l’enfasi data nella comunicazione agli atti giudiziari.
Nella decisione del Partito Democratico di porre fine al conflitto politico con il Sindaco, al di fuori del luogo deputato, l’Assemblea capitolina, si coglie quanto sia di corto respiro, a livello locale, la soluzione della forte personalizzazione del ruolo del sindaco, sottovalutando le conseguenze politiche che ciò produce negli organi democratici deputati a rappresentare i cittadini.
Con le dimissioni dinanzi ad un notaio si è messa in discussione la forte investitura che viene assicurata al Primo cittadino con l’elezione diretta, concepita per mettere fine all’ingovernabilità causata dai partiti rappresentati dai Gruppi consiliari, che colpiva gli enti locali prima del 1993.
La decisione del Partito Democratico appare inopinatamente autolesionistica per aver smentito l’esito della selezione della candidatura di Ignazio Marino, attraverso una procedura, le Primarie, considerata, anche da altre forze politiche, utile per un rafforzamento della democrazia rappresentativa.
La scelta di sopperire alla perdita di consenso dei partiti ricorrendo ad una più marcata personalizzazione della competizione politica si dimostra insufficiente, poiché è sempre più evidente che i cittadini chiedano ai partiti di assolvere alla loro prima funzione di essere in grado di proporsi come riferimento sociale, valoriale e istituzionale. 
 
Denunciare l’inquinamento delle istituzioni, rifiutare la banalizzazione
 
Il crescente numero di astensioni, anche nelle elezioni amministrative, a cui non riesce a dare soluzione il ricorso a liste civiche locali di diversa finalità, va considerato, per dimensioni, un vistoso movimento di protesta. È l’ultima manifestazione dell’insufficienza del sistema politico italiano divenuto, nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, altamente conflittuale, per l’incapacità degli schieramenti in campo di ricomporre, in una visione politica di medio-lungo periodo, le fratture sociali, di classe, territoriali e per concezione religiosa[1].
Le cause alla base dell’insufficienza della rappresentanza democratica negli enti locali sono molteplici: alcune remote, altre a seguito della crisi di questi anni; tutte non si prestano alla banalizzazione corrente proposta dalle forze politiche populiste. Esse sono riassumibili:
  • nel ritardo con cui la maggioranza del sistema politico italiano ha riconosciuto la forza dell’individualismo nel determinare i comportamenti dei cittadini italiani. Un mutamento che ha allineato la società italiana a quella di altri Paesi europei, sottostimato nelle sue conseguenze dai partiti della Prima Repubblica, e per larga parte nella Seconda, per la difficoltà a rappresentare una realtà sociale e culturale tanto nuova, quanto frammentata;
  • nello squilibrio fra i poteri dello Stato, a seguito del crollo della Prima Repubblica, per la vastità della corruzione messa in luce dall’inchiesta “Mani pulite”. Il ruolo politico che la Magistratura ha assunto a seguito di quell’evento ha condizionato la vita politica e le soluzioni di riforma del sistema politico e giudiziario, fino ai nostri giorni;
  • nel gravame della pesante situazione finanziaria che ha segnato tutto l’ultimo ventennio. La crisi degli ultimi anni ha imposto una più responsabile politica della spesa a Comuni e Regioni, attuata con impopolari politiche finanziarie: aumento della pressione fiscale e del contributo dei cittadini alla fornitura di servizi, ritardo nei pagamenti alle imprese, riduzione di servizi, mentre è più elevata la loro richiesta;
  • per la strumentalità dell’apertura delle forze politiche alla candidatura di esponenti della cosiddetta società civile agli incarichi amministrativi per dimostrare la loro volontà di rinnovamento e di distacco dalla gestione. Non di rado essa è stata contraddetta da casi in cui una parte della classe politica ha dato prova di concepire questa scelta come espediente per celarsi nell’aggirare le regole, chiedere impunità, fare bottino delle risorse pubbliche;
  • nella diffusione di reati da parte di cittadini contro la Pubblica Amministrazione, con l’appropriazione e l’uso privato di beni e risorse pubblici e la diffusione della corruzione.
 
L’opportunità della Città Metropolitana
 
A Roma non mancano da parte dei cittadini altrettante diffuse prove di civismo per l’impegno in battaglie per la buona amministrazione nei Municipi, le iniziative di solidarietà verso le persone in stato di bisogno e la salvaguardia dell’ambiente: un universo composto da centinaia di associazioni e comitati. Da questo civismo può nascere il riscatto della Capitale.
Le indagini della Magistratura hanno fatto emergere responsabilità di parti della struttura amministrativa e delle Aziende nell’affermazione d’interessi malavitosi nelle attività comunali e hanno messo in luce una più generale debolezza della struttura burocratica nello svolgere funzioni di direzione, nel monitorare e verificare gli esiti delle politiche comunali. Ciò rafforza la tesi di quanti sostengono che la soluzione sia nel modificare l’attuale organizzazione territoriale della Capitale, rimasta centralistica (anche per le sollecitazioni che vengono dal piano di riduzione del debito, redatto di concerto con il Ministero dell’Interno e dell’Economia), nonostante sia sempre più elevata la pressione dei cittadini di decidere e disporre dei servizi a scala municipale.
Ne risentono in particolare Comuni limitrofi divenuti per i cittadini romani luoghi più accessibili rispetto al Centro della Capitale per l’insufficienza dei trasporti e per la gradevolezza dei luoghi.
Le dinamiche politiche, economiche e sociali che si sono sviluppate hanno rafforzato l’esigenza di disporre di un governo di area vasta per dare risposta ad una realtà che la delimitazione amministrativa dei Comuni non può più soddisfare. In questo senso il ritardo con il quale si è giunti alla costituzione della Città Metropolitana rischia di aumentare se la legge istitutiva non viene rapidamente attuata per consentire al nuovo ente intermedio di assolvere ai compiti che ad essa vengono assegnati; è quanto realisticamente si può temere per l’assenza di un ruolo propulsivo del Comune di Roma e per il mancato coinvolgimento dei cittadini.   
Il passaggio dall’Ente provinciale alla Città Metropolitana con l’elezione del Consiglio metropolitano attraverso i rappresentanti dei Comuni accentua la delimitazione localistica della competizione amministrativa, mentre maggiore risulta la necessità di creare sinergie fra gli enti locali per le politiche sociali e di sviluppo economico. Il personale politico dei Comuni della ex-Provincia mostra infatti d’aver subito, invece che promuovere, il nuovo Ente. Un comportamento dettato dalla diffidenza verso un ente, la Città Metropolitana, che se attivasse le funzioni superiori di cui è dotato, rimetterebbe in discussione assetti politici, fin troppo usurati. Malgrado la vita politica ed amministrativa non manchi di vivacità, essa da tempo appare bloccata e a nulla vale la presentazione di liste civiche, anche nei Comuni sopra i quindicimila abitanti, per attivare un ricambio della classe dirigente locale. Diversamente dalle prime motivazioni (rappresentare quanto non adeguatamente espresso attraverso i partiti), le liste civiche hanno sempre più origine dalla carenza di democrazia interna ai partiti, non risolta neanche con l’indizione delle Primarie.
Nell’organizzazione burocratica della Città Metropolitana incide negativamente la prevista mobilità del personale verso altri enti pubblici, sia per la già difficile condizione d’incertezza esistente fra il personale, che sulla possibilità dell’Ente di adempiere alle funzioni ad essa assegnate. Una condizione che unita al citato disinteresse del Comune di Roma sta facendo temere un indebolimento della capacità di governo del territorio da parte della Città Metropolitana, rispetto a quello che era espresso dalla Provincia di Roma.
Per tale ragione TEOREMA ha da tempo espresso la convinzione che i fattori che influiscono sulle opportunità di crescita di questo territorio e la complessità delle soluzioni necessitino la piena attuazione di quanto previsto nello Statuto della Città Metropolitana. A tal fine la legge in vigore dovrà essere integrata per istituire un unico ente, formato dalla Città Metropolitana ed il Comune di Roma, con la conseguente articolazione in Comuni metropolitani dei Municipi romani e l’elezione da parte dei cittadini del Sindaco e del Consiglio. Con l’elezione diretta (con una legge elettorale uninominale, simile a quella per la Provincia) si otterrebbe, inoltre, una salutare verifica della rappresentatività della classe politica locale, votata dai cittadini per attuare politiche coerenti con le ragioni che hanno portato all’istituzione della Città Metropolitana.
 
Il dibattito in corso
 
La “Lettera alla città” della Diocesi di Roma è una forte denuncia della crescita di vecchie e nuove povertà, materiali e psicologiche, che hanno colpito anche famiglie del ceto medio. Un esteso disagio che ha spinto Andrea Riccardi a proporre “una costituente per Roma”, da cui far scaturire decisioni che siano soluzioni ai problemi sociali ed amministrativi, ugualmente gravi[2].
Uno dei temi che sta assumendo rilievo nel dibattito in corso è l’impossibilità, con l’attuale organizzazione centralistica del Comune di Roma, di soddisfare la crescente domanda di servizi nei Municipi. L’Amministrazione risulta oramai impossibilitata a soddisfare i servizi territoriali, non solo per ragioni finanziarie, ma per la rigidità dell’offerta e i futuri amministratori dovranno in tal senso rivedere i contratti di servizio anche con le maggiori Aziende comunali, Ama ed Atac.
Nel dibattito in corso sulle cause della crisi dell’esperienza della Giunta Marino è ricorrente la citazione che alla Capitale manchi una qualificata classe dirigente e che quella migliore non s’impegni nei partiti politici per l’assenza o lo spregio, con atti d’imperio, delle regole democratiche interne. Le ricorrenti prove di cinismo nelle vicende amministrative, frutto di una caduta morale della città, allontana dalla partecipazione quanti nelle loro attività professionali mostrano onestà, impegno e competenza. La destinazione delle risorse pubbliche è divenuta il fine prevalente di gruppi d’interesse che si muovono nei partiti e accentua la difficoltà delle forze sociali a conquistare consenso fra i propri associati, su obiettivi d’interesse generale.
TEOREMA auspica che nei programmi elettorali delle forze politiche trovino spazio i temi dello sviluppo sostenibile, come declinati dall’UE. Roma Capitale ne deve essere protagonista contribuendo a realizzare gli obiettivi di “Europa 2020”, ovvero: aumentare il numero delle persone impegnate al lavoro di età compresa tra i venti ed i sessantaquattro anni, in modo da portare l’indice della disoccupazione ad un livello inferiore a quello precedente la crisi (7%); diminuire del 20% le persone in stato di povertà; migliorare l’ambiente con la riduzione del 30% delle emissioni nell’atmosfera; registrare un tasso di abbandono scolastico inferiore al 10%; aumentare il numero di  giovani laureati, prossimo al 40% richiesto dall’UE.
 
Oltre la questione amministrativa
 
I flussi demografici che hanno interessato Roma e i Comuni della provincia hanno dato origine a nuove interazioni economiche e sociali, in particolare fra i Municipi romani estesi oltre il GRA e i Comuni limitrofi. Un fenomeno sociale scaturito dalla necessità di contenere i costi delle abitazioni (da parte di stranieri e cittadini italiani, colpiti dalla crisi economica) che ha incrementato il numero di residenti nei Comuni della I e II fascia e posto seri problemi di gestione del territorio.
 
Conferme delle evidenze empiriche
Negli ultimi dieci anni (1-1-2006/1-1-2015) la popolazione residente nella provincia di Roma è aumentata  di 543.416 unità (da 3.798.630 a 4.342.046); nello stesso periodo il comune di Roma ha avuto un incremento del numero dei residenti di 324.733 unità (da 2.547.288 a 2.872.021); quello dei Comuni metropolitani senza il comune di Roma è stato di 219.683 residenti (da 1.251.342 a 1.470.025). Il tasso di crescita dei residenti di quest’ultima parte di territorio è stato del 17,6%; il tasso della Capitale è stato del 12,8%, confermando la più contenuta crescita percentuale di residenti a Roma, rispetto al resto del territorio.
Il calcolo del tasso di crescita del numero di residenti stranieri, nelle tre realtà territoriali, nel periodo preso in esame, ci consente di capire quanto questi abbiano inciso in percentuale su Roma e sul territorio esterno.
Nel 2006 i cittadini stranieri residenti nella provincia di Roma erano 186.052, di cui 129.200, nel comune di Roma; nel 2015, in provincia risultano residenti 523.957 stranieri (di cui a Roma, 363.563), nel territorio esterno al comune di Roma vi risiedevano 56.852, nel 2006, e 160.934, nel 2015. Il tasso di crescita in quest’ultimo territorio è stato del 183%; quello dei residenti nel comune di Roma, del 181%: fra il territorio romano e quello del suo grande hinterland la percentuale di residenti non si differenzia in modo significativo.
Non essendoci rilevanti variazioni nel saldo nati-morti, fra Roma e gli altri Comuni, nel periodo 2006-2015,  il tassodi crescita dei residenti del 17,6% nei Comuni esterni (contro il 12,8% di Roma), citato in precedenza, ci dice che sono stati in prevalenza i romani o gli italiani a porre la loro residenza in provincia.   
Fonte dei dati: Ufficio statistico della Città Metropolitana di Roma su dati Istat
 
Sono prevalentemente italiani gli abitanti della prima fascia, mentre gli stranieri si distribuiscono lungo le linee di comunicazione ferroviaria e gli assi autostradali, anche al di fuori del territorio metropolitano, pur gravitando su Roma per il lavoro. Questi cittadini cercano una soluzione ad un problema che è tornato ad essere molto duro per la Capitale: l’insufficiente numero di abitazioni di edilizia sociale. Una riflessione merita l’elevata percentuale di stranieri in piccoli Comuni; oltre alla disponibilità di abitazioni vi è la ricerca di una comunità che favorisca l’insediamento del nucleo familiare, soprattutto se proveniente da Paesi lontani.
Nelle periferie della Capitale si è assistito ad un doppio fenomeno sociale: il trasferimento delle residenze dai densi quartieri centrali verso quelli periferici e l’insediamento degli stranieri, con significativi cambiamenti che una diffusa tolleranza di stili di vita diversi ha reso meno traumatici.
 
L’impatto degli stranieri sulla demografia della città
La composizione sociale dei Municipi cambia ed evidenzia la necessità di diversificare l’organizzazione territoriale dei servizi. Il fattore che ne fa cogliere con più immediatezza il cambiamento è rappresentato dalla continua crescita di residenti stranieri (nei dati che seguono si fa riferimento alle residenze anagrafiche invece che ai dati Istat perché i primi consentono un dettaglio per Municipi che diversamente mancherebbe).
La popolazione residente nel Comune di Roma al 1° gennaio 2005, era di 2.823.461 cittadini; alla stessa data, nel 2015, è aumentata a 2.873.976 unità (+50.515, pari all’1,8%). Nel periodo di tempo preso a riferimento, i residenti stranieri sono aumentati da 205.879 (il 7,2% della popolazione totale), a 363.563 del 2015, con un incremento di 157.684 unità, ovvero il 12,7% (5,5 punti di percentuale in più).
A livello municipale, nel periodo fra il 1° gennaio 2005 ed il 1° gennaio 2014 (ultimo dato disponibile), il Municipio che presenta il maggiore dinamismo per iscrizioni anagrafiche è il VI (ex VIII) che passa da 208.852 unità a 259.781 (+51.019 residenti); il 62,7% per insediamento di cittadini stranieri (31.982 persone).
Un Municipio che registra una consistente crescita della presenza degli stranieri è quello di Ostia, il X (ex XIII), profondamente diverso nelle zone urbanistiche: è il secondo per incremento di residenti; passa da 205.000 a 229.267 unità (+23.967) di cui 9.613 immigrati, pari al 40,1%. 
Indicativi dei mutamenti nell’insediamenti della popolazione sono il I Municipio (ex I e XVII) ed il III (ex IV). Il numero dei residenti è stabile: da 196.130 a 195.867, il I; da 203.325 a 204.623 il III, ma li differenzia l’incidenza degli immigrati. Il I registra un incremento di cittadini stranieri di 18.442 unità che contiene in soli 263 residenti il saldo fra iscrizioni e cancellazioni. La differenza fra il saldo ed il forte incremento d’immigrati nel I Municipio, mostra un’elevata mobilità in entrata ed uscita (in questo Municipio occorre considerare anche l’iscrizione presso associazioni caritatevoli, come residenti, dei profughi e richiedenti asilo giunti nel nostro Paese senza documenti identificativi).
Nel III il l’incremento dei residenti è dato dagli stranieri: è di 6.025 unità (da 9.853 a 16.449). 
Diminuisce di 10.792 residenti il II Municipio (ex II e III) e rimane stabile il numero degli stranieri presenti: da 18.791 a 20.583.
Una diminuzione dei residenti totali nel periodo di tempo considerato si registra nel IV (ex V), nel V (ex VI e VII), nel VII (ex IX e X), nell’VIII (ex XI) nel XII (ex XVI) e nel XIII (ex XVIII): una diminuzione che ha un saldo positivo da un incremento più elevato dei residenti stranieri.
Il XIV (ex XIX) ed il XV (ex XX) presentano un incremento delle popolazione residente molto simile (+ 7.940 il XIV e + 8.296 il XV); il contributo che fornisce la componente stranieri è diverso: + 8.155, il primo dando un saldo positivo di + 665 unità e + 7.928, il secondo che non riesce ad ammortizzare il maggiore calo del numero di residenti (-368).
La rassegna di questi dati municipali conferma che, salvo il I Municipio, vi è stata una tendenza della popolazione, in particolare straniera, ad insediarsi nelle zone di confine del Comune: nel V e VI ad est, nel IX a sud, nel X ad ovest, nel XIV e XV a nord.
 
Nella parte più esterna del territorio romano, a poca distanza dalle costruzioni dei primi insediamenti di edilizia pubblica, restaurati dall’intervento degli inquilini, si alternano aree con capannoni e fabbriche dismesse e i palazzi costruiti negli anni Settanta ed Ottanta, in cui la cura dei residenti per gli edifici interrompe l’effetto periferia rilevabili in altre grandi città.
I residenti per la cultura d’origine (vi sono zone abitate prevalentemente da gruppi familiari regionali) e per la concezione solidaristica dei rapporti sociali, propria del periodo dell’insediamento, sono riusciti a creare un positivo “effetto comunità” che si manifesta con iniziative di valore civile e dimostra capacità di convivenza con nuovi residenti stranieri.
Fra i cittadini delle periferie romane che pure sul finire degli anni Novanta avevano intravisto la possibilità di un miglioramento dell’assetto urbano, con un incremento dei servizi di livello superiore (quali la presenza di poli universitari, di luoghi per attività sportive e culturali e dello spettacolo), è maturato un senso di frustrazione, d’ingiustizia sociale per l’insufficienza dei servizi e la cura del territorio da parte del Campidoglio rispetto alle zone centrali, per la maggiore visibilità internazionale. La reazione di questi cittadini ha generato le citate interdipendenze con i Comuni vicini e richiede una politica pubblica finalizzata a dare sistematicità all’azione di riqualificazione dell’intera area.
È stato questo uno degli obiettivi più ambiziosi, ma mancato, del Piano Regolatore romano fatto proprio dal Piano territoriale provinciale generale che deve essere confermato nei programmi della prossima campagna elettorale, affinché i Municipi più esterni della Capitale siano concepiti come parte di in un sistema a scala metropolitana multipolare.
Non è retorico insistere che per il successo di questa politica sia necessario modificare il rapporto con i Municipi ed i cittadini. Il tema della loro partecipazione è del tutto politico. Rammendare le periferie al resto della città, come suggerito da Renzo Piano, non riuscirà a riconnettere identità disperse se non si accetta di ascoltare i cittadini perché loro non sanno progettare, ma sono in grado di concorrervi e comprendere quello che è possibile, rispetto ai “cantastorie” della città ideale.  
Allo stesso scopo di rinsaldare il rapporto fra i cittadini e i rappresentanti negli enti locali, primo presidio di democrazia e di partecipazione, s’impone il rinnovamento del welfare locale, per intervenire su vecchie e nuove povertà, materiali e psicologiche, per sovvenire ai più acuti bisogni sociali, spesso presenti in una stessa unità familiare.
All’efficacia degli interventi gioverà l’approccio riportato nell’approfondito “Rapporto sulla Condizione Sociale del territorio della Provincia di Roma”, redatto con encomiabile impegno dal Dipartimento IX, che fornisce gli elementi di analisi dei fenomeni sociali più rilevanti per la pianificazione degli interventi nei diciassette distretti socio-sanitari dei Comuni della provincia.
La metodologia riportata nel Rapporto, estesa all’intero territorio della Città Metropolitana, consentirebbe la progettazione dei servizi da predisporre per un intervento unitario sui cittadini e  l’insieme dei bisogni rilevati.
L’esigenza di una riforma del welfare locale nel campo dei servizi sociali è stato colto dalla Giunta regionale, progettando il Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali; alla proposta non è seguito nessun atto e oramai da più di un anno giace in Consiglio regionale per l’approvazione. 
La diversificazione della composizione delle famiglie è un ulteriore fattore che ha modificato i comportamenti e le aspettative dei cittadini; fra queste la questione abitativa appare una vera emergenza aggravata dall’impoverimento della popolazione, dalla domanda di giovani coppie e da quella espressa dagli stranieri venuti nella Capitale per un miglior futuro. Una risposta possibile a scala metropolitana, seguendo quanto già nelle scelte individuali delle persone, malgrado ciò costi loro il disagio per insufficienza dei servizi.
 
Un sistema per lo sviluppo a scala metropolitana
 
La dipendenza dei sistemi economici locali del territorio ex-provinciale da quello romano e le conseguenze prodotte anche su di essi dalla lunga crisi di questi anni, sono un’ulteriore ragione per fare sistema fra i punti di forza della Capitale ed i Comuni che vi vogliono concorrere.
Le analisi sul sistema urbano europeo mettono in evidenza che esiste un’area del Continente nella quale sono concentrati i maggiori porti ed aeroporti ed altre grandi infrastrutture di trasporto e di comunicazione, sono presenti mercati organizzati, centri di ricerca, sedi di grandi imprese, città industriali: un insieme che esercita una forte attrazione sulle attività economiche e per capitali in cerca di profitto non speculativo.
Milano e Torino sono il limite sud di quest’area; Roma ne è fuori, anche volendo considerare le sue peculiarità di Città Capitale con una significativa presenza d’istituti di ricerca, un impareggiabile retaggio storico-culturale e centro della cristianità; la Capitale italiana è integrata con il sistema europeo più per ruolo politico che economico.
Essere periferici significa minore capacità di aggregazione e, quindi, minore forza competitiva nell’acquisizione di quelle funzioni urbane di ordine superiore, proprie delle Città transnazionali. Lo conferma la più lenta ripresa dell’economia dell’area (rispetto al Nord Italia) e il basso apporto alle esportazioni (5%), decisivo in questa fase.
Il sistema produttivo locale usufruisce, quindi, limitatamente, di una spinta esogena allo sviluppo e sente maggiormente le conseguenze di una dipendenza da istituti finanziari non legati al territorio.
Nell’esperienza capitolina il compito di programmare lo sviluppo è quasi del tutto assente dopo l’inopinata rinuncia al periodico finanziamento della legge per Roma Capitale, che seppure non riconosceva lo status di Capitale, garantiva al Comune di Roma uno stanziamento periodico per gli investimenti. La mancata approvazione di una legge che attui quanto dettato dall’art. 114 della Costituzione (“La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”) subordina le opportunità di sviluppo della città alle decisioni governative e della Regione Lazio rallentandone la realizzazione.
La trasformazione del sistema produttivo romano precedente alla crisi, ma da questi resa più selettiva, ha mantenuto i suoi punti di forza nel settore delle costruzioni, della farmaceutica e dell’aereo-spaziale; ha visto consolidare la presenza d’imprese del settore informatico e della tutela ambientale; presenta novità per l’intraprendenza della piccola impresa e dell’artigianato alla ricerca di mercati sempre più lontani, anche a seguito delle maggiori imprese. Incentivare questo protagonismo deve essere uno dei primi obiettivi di Roma, di concerto con la Città Metropolitana, per essere in grado di valorizzare le risorse locali, di utilizzare nella più elevata percentuale i finanziamenti 2014-2020 dei programmi dell’Unione Europea. In particolare “Europa creativa” rappresenta una preziosa opportunità per le imprese romane del settore dei media e dell’audiovisivo, per le attività culturali e dei creativi e per le imprese trans-settoriali di questi due ultimi settori.
La sfida della competizione nel mercato globalizzato si affronta con successo se si è “porta d’ingresso”dei beni materiali ed immateriali; non mancano all’area metropolitana romana poli della logistica di livello superiore (quali il sistema autostradale, gli aeroporti di Fiumicino, di Ciampino e di Pratica di mare ed il porto di Civitavecchia, divenuto il primo porto commerciale italiano) e le software house di grandi e piccole dimensioni, ove è presente una numerosa e qualificata presenza di professionalità di elevato profilo.
Di politiche di tutela ambientale capaci di contrastare il degrado che ha colpito il territorio hanno bisogno i cittadini ed alcune attività produttive, come le molte che compongono il sistema turistico, se si vuole aumentare il numero degli arrivi e dei soggiorni, anche nei Comuni dell’hinterland.
All’espansione del turismo concorre l’industria multimediale e dell’intrattenimento che sta percorrendo nuove strade (con i parchi a tema e la produzione di contenuti culturali) per valorizzare il grande patrimonio ambientale, storico, architettonico e museale di cui è dotato tutto il territorio.
È condizione di successo, poi, il migliorare con continuità l’efficienza nei servizi a rete e la qualità di quelli, pubblici e privati, alla persona; altrettanto valore avrà per attrarre imprese multinazionali nel sistema produttivo, l’azione di contrasto dell’illegalità nelle attività economiche e l’innovazione di sistema in tutti i rami della Pubblica Amministrazione.
La salvaguardia dell’interesse pubblico e il dinamismo del sistema produttivo sono condizioni che giovano alla crescita del sistema locale. A tal fine sarà interesse del Comune di Roma e della Città Metropolitana disporre di un’elevata competenza professionale interna che sia in grado di progettare, monitorare e valutare l’attuazione delle opere e la realizzazione dei servizi, fino al loro compimento. La decisione di esternalizzare queste funzioni con la costituzione delle società di scopo (Roma Risorse, Capitale lavoro e quelle regionali) ha privato i dipendenti pubblici di un aggiornamento sul campo e si è dimostrata inferiore ai risultati attesi.
 
La nostra proposta
 
TEOREMA ritiene che il Comune di Roma Capitale potrebbe superare limiti e limitazioni attraverso il pieno funzionamento della Città Metropolitana e dell’esercizio delle funzioni ad essa assegnate. Il nuovo Ente Intermedio è chiamato infatti ad attuare politiche in base alle seguenti linee strategiche:
 
  • lo sviluppo economico, la scelta e la promozione di attività conferenti competitività europea all’area, a partire dalle vocazioni esistenti nella Città e nei Comuni della sua ex provincia (Piano strategico);
 
  • il riordino e la valorizzazione del territorio e dell’ambiente metropolitano con indirizzi urbanistici su scala intercomunale (Piano territoriale generale);
 
  • la riorganizzazione del sistema dei servizi di area vasta;
 
  • il miglioramento delle reti di mobilità metropolitana e di trasporto pubblico.
 
Tempi e contenuti sono altrettanto imperativi. Occorre uscire da una fuorviante disputa tra gradualità e coraggio nel dibattito e nell’impostazione amministrativa. C’è un’unica fase da vivere e da disegnare, che inizi in questo preludio di competizione elettorale e che tenga immediatamente conto delle grandi potenzialità della Legge Delrio (L. 56/2014) e degli impegni sanciti nello Statuto della Città Metropolitana, approvato proprio un anno fa, per delineare rapidamente le condizioni per il varo innovativo di un adeguato livello di governo.
Serve anzitutto condividere la consapevolezza dell’urgenza di una svolta. Ripensare una città più larga e policentrica, in termini di ampliamento della sostanza democratica e dei canali di partecipazione, con un’accresciuta efficienza nella risposta ai bisogni delle popolazioni e la diffusione di opportunità di occupazione e di reddito, vuol dire:
 
  • decentrare funzioni, risorse, rappresentanza ai Municipi capitolini, non più nella forma di concessioni negoziate, ma conferendo agli stessi Municipi autonomia amministrativa, avvicinando il passaggio verso una loro trasformazione in Comuni metropolitani;
 
  • battersi per un autentico riconoscimento al Comune di Roma Capitale, in termini normativi e finanziari, da parte del Governo nazionale, delle funzioni di “Città-Stato”, cuore universale di cultura e turismo, Capitale mondiale della cristianità, per traslarne le funzioni ad un’area e ad un Ente ben più grandi dell’attuale Comune, il cui funzionamento è tuttora disciplinato dall’ordinaria legislazione per gli 8.000 e più Enti locali;
 
  • la formazione di zone omogenee, subzone e sistemi urbani intercomunali all’interno dell’area metropolitana, in concertazione tra la Conferenza dei Sindaci e la Regione Lazio, per l’organizzazione e la gestione dei servizi, per combinare sussidiarietà e qualità nell’erogazione degli stessi con economie di scala e, soprattutto, ed ancor più per consolidare lo scenario della futura ‘Città delle città’;
 
  • l’approvazione da parte della Regione Lazio di una legge di riallocazione delle funzioni amministrative finora esercitate dalle Province, secondo criteri effettivi di adeguatezza e di coerenza con la capacità di governo e di rappresentanza delle comunità interessate.
 
Spetterà in prima battuta al Sindaco e al Consiglio comunale di Roma, eletti nella prossima primavera, farsi promotori di un’intesa con la Città metropolitana e la Regione Lazio, sulla base di un Accordo di programma su funzioni, risorse umane e finanziarie, attraverso protocolli attuativi di politiche pubbliche, per realizzare il quadro d’impegni sopra elencato e saldare ad essi nel breve periodo la nascita di un’unica Istituzione, in cui confluiranno il Comune di Roma Capitale ed i Comuni della Città metropolitana.
 
Per il successo di questa politica, è importante modificare il rapporto con i cittadini. TEOREMA, da anni impegnata in questo senso, tanto più oggi è sollecitata a intensificare il proprio impegno a fronte della grave crisi politico-istituzionale ed economico-sociale che ha investito la Città.
 
TEOREMA ritiene l’attuale fase cruciale per il futuro di Roma e della sua Area Metropolitana e considera le prossime elezioni comunali un’estrema occasione di riscatto morale e civile, se realmente si volterà pagina, sia in termini di contenuti programmatici che di rinnovamento della rappresentanza e della guida politica della Città. Ciò potrà realizzarsi, a nostro avviso, soltanto sulla spinta di un risveglio, innanzitutto civile e culturale, che si dispieghi in ogni parte della metropoli, a partire dalle periferie, e che coinvolga tutte le realtà associate di cittadini, grandi e piccole, in ogni ambito della vita comune. TEOREMA, da parte sua, è disponibile fin d’ora al confronto e alla collaborazione con tutte le realtà che condividono queste finalità e sono interessate a concorrere alla costruzione di una Città inclusiva e a misura d’uomo.
 
Roma, 3 dicembre 2015
 
[1] Calise M., “La democrazia del leader”, n. 2/2015, Rivista il Mulino.
[2] Il recente annuncio che il Lazio registra il più elevato incremento del reddito fra tutte le Regioni italiane (+1,4%), a cui concorre per il 75% l’economia metropolitana, l’aumento dei consumi (+1,3%) e degli occupati (+3%) non riducono la gravità dell’assenza di lavoro nell’area metropolitana. Il tasso di disoccupazione nella provincia di Roma, a fine 2014, ha raggiunto l’11,3% (nel Lazio, nel II trimestre 2015, è stata del 12,7%); la disoccupazione giovanile nel 2014 ha raggiunto il 48,9% (media nazionale 42,7%) e anche nelle ultime rilevazioni non migliora; aumentano le imprese individuali, ma nel 2014 le procedure di fallimento sono aumentate del 23,7% (media nazionale +15%).
 
 
 
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