Non ha fine la transizione italiana verso un assetto stabile e democratico del sistema politico - di Mario Ajello
sabato, 24 dicembre 2016 primo piano
 
Non ha fine la transizione italiana verso un assetto stabile e democratico del sistema politico. Un commento sui risultati del referendum
 
Matteo Renzi ha riconosciuto che nel referendum del 4 dicembre gli elettori hanno espresso un voto politico, oltre il merito del quesito. Un’affermazione che è suffragata da più elementi, di diversa natura che hanno determinato un risultato indiscutibile; a Roma e nel Lazio ha avuto un’ulteriore valenza che conferma le analisi condotte da Teorema negli ultimi anni.
 
  1. L’interpretazione dei risultati
E’ stato un voto politico per il tema oggetto della consultazione e per essere stata impostata dal Governo e comunicata con determinazione da Matteo Renzi, fino ad anticipare, l’abbandono della politica in caso di voto negativo. E’ stato un voto politico per l’ampia partecipazione degli aventi diritto (65,5% in Italia) e per il divario fra i voti raccolti dal No rispetto al Sì; di tali dimensioni da aprire una nuova fase politica che prolungherà la transizione aperta nel 2011 dalle dimissioni del governo di Silvio Berlusconi.
In Italia, il No ha raccolto 19.420.730 contro 13.431.382 (poco meno di 6 milioni di voti in più), il 59,1% contro il 40,9%. Il richiamo nelle ultime settimane alla partecipazione da parte di Renzi non ha giovato al Sì; la tesi della Fondazione di ricerca Istituto Cattaneo è che esso abbia rafforzato il No portando alle urne il 15% di coloro che negli ultimi anni si erano astenuti; elettori che hanno votato No per esprimere l’opposizione alla politica governativa.
L’Istituto Cattaneo riconoscendo il valore politico del risultato del referendum ha fatto una comparazione fra la percentuale di voti conquistati dai partiti a sostegno del No e la corrispondente percentuale di voti conquistati dagli stessi nelle elezioni politiche del 2013; i voti sommati insieme a livello nazionale raggiungono il 59,7% dei voti, con una differenza di soli 0,6 punti di percentuale rispetto a quanto ha conquistato il fronte del No: 59,1: il fronte dei partiti governativi e quello dell’opposizione è rimasto stabile. La prima osservazione che si può fare è che la politica del governo Renzi non ha visto crescere i propri consensi; ha favorito invece, come rilevato da sondaggi di istituti e società di ricerca, la mobilità politica fra gli schieramenti ed entro di essi.
La partecipazione al voto nel Lazio è stata più elevata di quanto registrato a livello nazionale: il 69,2%; nella Città Metropolitana di Roma è stata del 69,5% (69,8% nella Capitale, poco meno di dodici punti in più delle ultime amministrative); nelle province di Latina e Frosinone del 67,2; 68% in quella di Rieti e 71,8% nella provincia di Viterbo. Il risultato dei No è stato nel Lazio parimenti più elevato di quello nazionale, superando a livello regionale e provinciale la soglia del 60%; solo nella Capitale è stata inferiore: 59,4%. Nel Lazio i No hanno raggiunto il 63,3, nella Città Metropolitana il 62%; nelle province di Latina e Frosinone rispettivamente il 68,7% ed il 68,1%; nella provincia di Rieti il 62,6% ed in quella di Viterbo il 64,7%. L’elevata percentuale di voti al No, nelle province a sud di Roma è la più alta di tutto il Lazio, se si fa eccezione di quella del VI municipio di Roma (chiamato per brevità di Tor Bella Monaca) ove il No raggiunge il 70,8%. L’allineamento dei valori, delle due province di Latina e Frosinone con quello di un territorio della periferia di Roma fra i più difficili per condizione di vita dei cittadini e per mancanza di servizi, deve far riflettere perché in contesti socio-economici molto diversi, sembra avere in comune la stessa radicale protesta per politiche non adeguate alla gravità della situazione patita.
La comparazione condotta nel Lazio fra la percentuale di voti conquistati dai partiti a sostegno del No e la corrispondente percentuale di voti conquistati dagli stessi nelle elezioni politiche del 2013 registra un incremento maggiore di quello a livello nazionale citato in precedenza: esso è di 1,2 punti di percentuale in più per il No rispetto al voto del 2013.
   
  1. Il risultato del voto sul referendum a Roma
Nei municipi romani il Sì si è affermato solo nel I e nel II municipio, gli unici che avevano consentito al Pd di poter esprimere un presidente nelle amministrative di giugno. Il No si è affermato nei restanti tredici municipi raggiungendo i valori massimi nel VI (il municipio delle Torri, ex VIII): 70,8%; nel V (ex VI e VII): 64,9%; nel X (l’ampio territorio che dopo l’Eur ed il Torrino giunge fino ad Ostia): 64,7%. In conseguenza di questi elevati valori la differenza fra il No ed il Si è di 41,7 punti nel VI, 29,9 nel V e 29,3 nel X.
La percentuale di voti favorevoli al No a Roma, si presta ad una particolare considerazione se la compariamo con il risultato conseguito dalla sindaca Raggi nelle Amministrative e con quello di altri comuni a guida pentastellata.
L’animosità della competizione e la differenza di voti fra Roberto Giachetti e Virginia Raggi nel ballottaggio per l’elezione del sindaco, hanno dato la netta percezione che l’espressione del voto fosse stato vissuto dai romani come un referendum sul Partito Democratico e non sul candidato: l’occasione per punire il partito e Renzi per il modo come era stata messa fine alla giunta Marino e per lo stato d’inefficienza dei servizi addebitato dai cittadini esclusivamente al Pd, malgrado l’inchiesta “Mafia Capitale” dimostrasse l’indiscutibile corresponsabilità della Giunta Alemanno.
Si può quindi affermare che gli elettori tornati alle urne per il secondo turno (la minore partecipazione al secondo turno è stata solo di sette punti di percentuale), abbiano in grande misura scelto la candidata dei 5 Stelle malgrado i molti silenzi a domande che esigevano una risposta (come quella di chi avrebbe fatto parte della sua giunta, qualora fosse stata eletta) esprimendo in tal modo un voto politico più che amministrativo sui due candidati. Qualcosa di simile a quanto si è riproposto nel referendum, con il Pd (quasi) solo contro tutti.
L’ampio schieramento che al ballottaggio ha fatto conquistare alla Raggi il 67,2% dei consensi, nella tornata del referendum si è fermato al 59,4% dei voti, con una differenza in negativo di 7,7 punti di percentuale. La differenza più elevata fra la percentuale di voti conquistati dalla Raggi nel ballottaggio rispetto a quello del No, si rileva nel X municipio (11,5 punti di percentuale); nel IX (10,5 punti) e nel XV (9,6 punti).
Il risultato conseguito dal No a Roma assume una sua rilevanza poiché se lo confrontiamo con quello dell’Appendino a Torino e in tre comuni del Lazio a guida M5S, Civitavecchia, Nettuno e Pomezia, vediamo che fatta eccezione per la capitale del Piemonte in cui il fronte del No perde un punto di percentuale rispetto al ballottaggio, tutte le altre città incrementano i consensi: Civitavecchia +1,9 punti; Nettuno +2,5%; Pomezia +8,9 punti.
Non è azzardato a tal punto osservare che nella differenza di comportamento dell’elettorato romano rispetto a quello delle città citate, vi sia il segno di un giudizio negativo sul sindaco Raggi per le incertezze che ha mostrato nella predisposizione di soluzioni aggravando il degrado in cui vive la città.
A margine del giudizio che i cittadini romani stanno maturando sulla giunta Raggi vi è un’ulteriore considerazione da fare. I 5 Stelle si dimostrano una forza parlamentare che coglie meglio di altre la perdita di riferimenti politico-culturali e sociali dell’elettorato ed offre come salvaguardia nel freddo individualismo che professa, la realizzazione di una democrazia diretta (ed istantanea): una scelta di metodo invece che di merito. Questo modo di agire lascia spazio al tatticismo nell’assumere decisioni surrettiziamente riducendone la difficoltà e complessità; nella situazione romana ciò ha consentito al Movimento di catturare elettorato di diversa provenienza conquistando quello in uscita dalla sinistra e quello di centro di destra e di sinistra. Operazione riuscita non pronunciandosi sui temi più difficili della situazione italiana, quali le politiche per l’occupazione e l’immigrazione.
Gli ultimi avvenimenti e le scelte fatte dalla sindaca Raggi hanno di fatto “rotto l’incantesimo” facendo emergere le diverse anime che compongono il Movimento con due particolari caratteristiche: la necessità di oscurare l’acceso dibattito nella dirigenza contraddicendo la vulgata della trasparenza a tutti i costi ed in ogni situazione con lo streaming; l’incapacità a selezionare gli amministratori sia attraverso gli organi interni che in autonomia dovendo rispondere a gruppi d’interesse preesistenti per lo più coinvolti nel periodo della giunta Alemanno. E’ quanto emerso con l’’arresto di Raffaele Marra che per i reati di cui è imputato, dimostra l’inesistenza di un organo di vigilanza nelle scelte del Movimento demandato invece alla Casaleggio Associati. Una funzione di garante del comportamento degli amministratori espresso dalla società milanese con la sottoscrizione di un contratto capestro per quelli capitolini in evidente conflitto con le finalità d’interesse generale. Infatti è solo il caso di ricordare che la Casaleggio è una società operante sul mercato per diffondere il mercato ”e-commerce” in Italia e progettare l’uso del web nelle diverse attività.
 
  1. Quali fattori hanno inciso sul risultato del referendum?
Si possono riassumere in quattro variabili, in ordine di rilevanza:
  • la condizione sociale ed economica dei cittadini. La differenza fra le attese dei cittadini e le soluzioni predisposte dal governo è stata tanto più elevata quanto meno esse hanno risolto i problemi più spinosi della società italiana: la condizione giovanile e delle giovani famiglie; l’immigrazione. Il voto giovanile e della prima maturità (dai 18enni ai 45enni) è incredibilmente allineato come se non ci fosse differenza d’età e territorio. Quanto abbia inciso la condizione economica e sociale è dimostrato da tre dati: uno romano ed altri due, dei comuni di Bologna e Milano. Il Sì vince nei municipi romani ove vivono i cittadini a più elevato reddito e con una migliore qualità della vita (I e II). La stessa cosa è avvenuta a Bologna come segnalato dall’indagine svolta dall’Istituto Cattaneo: il Sì vince cogliendo il 52,2% dei consensi ed è decisivo il voto nelle zone con residenti a più alto reddito mentre perde in quelle economicamente e socialmente più disagiate; Milano esprime un voto favorevole alla riforma (51,1%), a conferma di uno stato di grazia vissuto da questa città con l’Expo  mentre a livello provinciale e regionale vince il No: rispettivamente 52,6% e 55,5%.
  • l’impopolarità del governo e di Matteo Renzi per la sottovalutazione nella comunicazione dei problemi degli italiani, la disinvoltura con cui Renzi ha annunciato soluzioni a fronte delle difficoltà incontrate nell’attuazione: bassa crescita economica, riforma della scuola e della pubblica amministrazione. Il voto a stragrande maggioranza a favore del No nella scuola, malgrado oltre un centinaio di migliaia di stabilizzazioni del personale, è la più clamorosa dimostrazione diquanto il governo Renzi abbia pagato il prezzo di aver provato a ridare certezza a settori da tempo in attesa di soluzione. La precarietà divenuta condizione del sistema ha generato una particolare condizione di vita dell’interessato e della famiglia che ha creato, fino a vivere l’auspicata normalità della
  • stabilizzazione come un dramma.  
  • i contenuti della riforma costituzionale che ha molto risentito dell’incerto percorso parlamentare, delle materie rinviate a futura legislazione ordinaria e di una legge elettorale dapprima definita da Renzi la migliore e poi rinnegata;
  • l’immigrazione e l’antieuropeismo. Il primo per il gravame che comporta sui cittadini soprattutto nelle periferie; nella ricerca citata su Bologna è illuminante il dato che il No vince ove la percentuale d’immigrati è superiore al 14% e perde ove la presenza è inferiore al 7%. L’antieuropeismo è determinato dalla delusione della mancata crescita che il processo di unificazione dell’Europa prometteva e per il disinteresse che l’UE mostra per quanto l’Italia fa per dare soluzione all’immigrazione di massa.
 
  1. Chi ha maggiormente orientato il voto?
La rilevazione su questo tema condotta dall’Istituto Cattaneo (dati ancora da pubblicare) ha messo in luce che gli elettori si sono formati un’opinione per il 70% dalla televisione, il restante 30% si divide fra carta stampata e radio. Fra coloro che quotidianamente sono connessi alla rete hanno votato No il 74% dei webnauti. I sostenitori del Sì sono in maggioranza telespettatori della Rai; gli elettori del No, sono in maggioranza utenti delle reti commerciali. Malgrado i partiti politici si sbraccino a dimostrare la loro incidenza sul voto la stessa rilevazione del Cattaneo ha rivelato che una quota inferiore al 10% degli elettori ha dichiarato di aver assunto una decisione dopo aver contattato un esponente politico. Piuttosto occorre sottolineare che si è ulteriormente rafforzata l’impronta personalistica, con il leader che dialoga direttamente con i cittadini-elettori sminuendo il corpo intermedio della rappresentanza. Il leader sopperisce con una comunicazione che non risparmia iperboli e non di rado fa perno sulle accuse alla casta; un comportamento a cui non è sfuggito nemmeno Renzi risultando poco credibile.
Nel voto del No ha inciso l’ostilità della burocrazia pubblica alla riforma Madia, quella dei rappresentanti politici ed amministrativi delle regioni, per la forte riduzione di funzioni concorrenti, e delle province per la cancellazione e per l’iter pasticciato che ne è seguito.
Sul voto d’opinione ha certamente inciso la mobilitazione dei giuristi, fino a coinvolgere alcune procure della Repubblica; l’Anpi per il clamore che è riuscita a provocare la sua testimonianza e i circoli culturali della sinistra, molto più presenti nel lungo dibattito di quelli della destra.
L’Episcopato italiano dopo un tempestivo pronunciamento a favore dell’approvazione della riforma, si è ritratto, probabilmente stimando quanto voto di cattolici osservanti era contrario alla riforma (non solo di coloro che avevano promesso a Renzi di fargliela pagare per la legge sulle unioni civili).
Sul piano sociale ha pesato l’opposizione alla riforma della quasi totalità delle forze sindacali, non solo della Cgil, e quella delle organizzazioni d’interessi facenti capo alla sinistra, per l’irrilevanza subita a causa della politica governativa. In questo ambito non risulta una pari capacità di orientamento delle associazioni datoriali pronunciatesi per il Sì.
 
  1. Cosa succede nel Pd dopo una sconfitta nelle dimensioni tanto inaspettata?
La decisione del segretario del PD, Matteo Renzi, di convocare il congresso alla data prevista (fine anno) non elude la necessità di mettere a punto la linea politica del partito per una sconfitta politica rovinosa. Un tema di grande rilevanza è quello dell’unità del partito seriamente a rischio per il consenso conquistato nelle urne da quanti hanno sostenuto il No (il 25%) e dalla rinnovata popolarità di Pierluigi Bersani. L’ex segretario del Pd è il leader che raccoglie i maggiori consensi fra gli elettori di tutti i partiti politici dopo Matteo Renzi.
Se a Renzi comunque può essere imputata la maggiore responsabilità per non aver impedito la deriva di una spaccatura sempre più palese (accompagnata da giudizi sferzanti sui suoi avversari) allo stesso segretario non si può imputare nelle funzioni di presidente del consiglio di non aver attuato parte del programma politico che il Partito Democratico si è dato, raccogliendo significativi risultati, come riconoscono anche i media non allineati a singoli partiti, mostrando un’inversione di tendenza su temi sociali sottostimati dai governi precedenti come quelli relativi all’impoverimento della popolazione e delle famiglie.
 
  1. In vista delle prossime Politiche
Alcuni esponenti del Partito Democratico nelle ore seguenti l’esito del referendum hanno dichiarato: “Partiamo dal 40% dei Sì”. Va detto subito che per quanto ovvio, non è il Pd ad aver conquistato il 40% e l’obiettivo è tutt’altro che a portata di mano per la volatilità del consenso elettorale fra una consultazione e l’altra.
L’indagine del Cattaneo condotta su una platea di tremila elettori ha rilevato che il Sì è stato votato dal 75% di coloro che dichiarano di votare Pd, dal 20% degli elettori di Forza Italia, dal 20% degli elettori di Fratelli d’Italia e dal 15% degli elettori M5S. (Il risultato conferma quanto sta emergendo dagli ultimi sondaggi che danno il Pd fra il 29 ed il 30% dei consensi)
A conferma della volatilità a cui è stato fatto cenno il Sì è stato votato dal 55% degli elettori che votarono Pd nel 2013 e dal 65% di coloro che lo votarono nelle Europee.
Il 69,5% di coloro che dichiarano di aver votato Si, affermano di votare Pd e Matteo Renzi e per il 45% voterebbe l’ex presidente del consiglio comunque.
Il Pd nella campagna referendaria è risultato debole sia sul territorio che nel web e l’immagine del partito è quella di essere più vicino alle élite che alle periferie, sfocando quella più sociale propria dei partiti costituenti. L’identità del partito risulta opaca e per ridarle lustro è necessario mutare il piano della comunicazione nei contenuti e nei toni; puntare sul rivendicare i risultati raggiunti può avere dei contraccolpi negativi non potendo contare su miglioramenti della situazione economica che consentano di volgere a favore del governo il dissenso sociale emerso nel referendum. La comunicazione del Partito Democratico è molto influenzata dal suo leader, dimostratosi molto abile nel padroneggiare la battaglia che si sviluppa nei media e nella rete, ma anche divisivo: o si ama o si odia.
Il referendum inglese sulla Brexit e il risultato del referendum italiano confermano che in tutti i sistemi democratici le elezioni di medio termine registrano sempre una flessione per i partiti di governo. Inoltre hanno fornito due indicazioni per un piano della comunicazione efficace: gli elettori non credono che per il loro voto possano determinarsi conseguenze disastrose a livello nazionale ed internazionale; la seconda indicazione è che sia in Italia che in altri Paesi il riformismo appare destabilizzante e come tale poco attraente, in una situazione sociale ed economica problematica.
La stabilità del governo che avremo dopo le elezioni politiche scaturirà dalla responsabilità dei partiti che entreranno in Parlamento e dalla legge elettorale della Camera che verrà votata dopo il giudizio della Corte costituzionale sull’Italicum. Una nuova legge o un Italicum corretto che dovrà evitare che il Senato esprima una maggioranza discordante. In questo senso bisogna dare al Parlamento tutto il tempo necessario per iniziare a dare al Paese governi stabili e democratici.
 
 
 
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