Le primarie non risolvono la crisi politica romana - di Mario Ajello
giovedì, 10 marzo 2016 primo piano
 
 
Le polemiche puntualmente sbocciate dopo lo svolgimento delle primarie del 6 marzo scorso hanno mostrato la problematicità di questo metodo di selezione delle candidature; esso è tanto più debole quanto più ridotta è la partecipazione dei cittadini. Nella polemica andrebbero poi distinte quelle che hanno fatto riferimento alla bassa partecipazione rispetto a quelle sull’offerta di euro al di fuori dei seggi. Le prime chiamano in causa questioni politiche e sono salutari; le seconde sono sterili poiché sono un’ulteriore prova dei danni prodotti dall’affarismo che ha tolto respiro alla politica fino ai livelli di rappresentanza più vicini ai cittadini: essa potrà essere risolta solo con l’esempio e la trasparenza dei comportamenti di quanti si candidano a rappresentarli. Invocare una legge per regolamentare le primarie, visto che anche esponenti del centro-destra vi vogliono far ricorso per rimettere in discussione l’attuale leadership, è una soluzione auspicabile, ma essa da sola non avrebbe senso se non comprendesse il rispetto delle elementari regole democratiche, oggi devastate malgrado le perentorie dichiarazioni inserite negli statuti dei partiti e dei movimenti che si candidano alle elezioni.
La Capitale attende soluzioni oramai non più procrastinabili non solo per le necessità espresse dai cittadini romani (il lavoro, la mobilità, la manutenzione ordinaria della città), ma per il sostegno che deve avere la riconversione in atto nel suo apparato produttivo, sempre più caratterizzato da un evoluzione del settore industriale e del terziario verso quello che viene da tempo definito quaternario, ovvero la capacità di proporre innovazione nei settori tradizionali aumentandone la competitività. In larghissima parte questo processo poggia sulla ricerca teorica e tecnologica che da sempre ha avuto presenze eccellenti nella Capitale: nel mondo della sanità, dell’aerospazio, nella farmaceutica e più di recente in quella biologica e genetica, nell’informatica. Quello che sembra ancora non essere stato capito è che la Capitale non è all’anno zero e piuttosto che essa debba prendere a riferimento le migliori esperienze straniere che si preoccupano di seguire quelli che appaiono i driver “i piloti” dello sviluppo nel mondo globalizzato a partire dai finanziamenti che possono essere ottenuti secondo le linee dei piani dell’Unione Europea. 
È stato anche questo l’oggetto del seminario di Teorema del 29 febbraio sulle elezioni comunali e il futuro della Città Metropolitana che ha messo in evidenza l’incertezza e la limitatezza delle risorse disponibili, la necessità di realizzare intese istituzionali e un’organizzazione territoriale ed amministrativa in grado di far recuperare alla Capitale il terreno perso in questi anni. Sono parte essenziale di questo disegno la delimitazione aggiornata delle zone omogenee individuate dalla Provincia di Roma e l’autonomia amministrativa dei municipi romani con l’obiettivo di farne ponti verso il resto del territorio.
Di particolare urgenza è la necessità di dotare queste nuove dimensioni di maggiori risorse finanziarie attingendo ai fondi strutturali europei, per i quali occorrerà specializzare delle “agenzie territoriali” in grado di seguire con continuità le politiche per lo sviluppo economico e sociale dell’Unione Europea, a cominciare dall’aggiornamento degli indicatori in atto per la valutazione dei diversi territori.
Andrà poi integrata nella fase applicativa l’impostazione della legge Delrio, riconoscendo la peculiare funzione di Capitale assolta dal comune di Roma, da quella di centro di un’area più vasta delle sue stesse dimensioni in cui vi sono forti identità che chiedono di essere riconosciute, seppure dipendenti per il lavoro e la mobilità dalla Capitale, ma non per questo prive di relazioni culturali e specificità ambientale e produttiva. Pertanto occorrono progetti che puntino all’integrazione (oltre i confini comunali e metropolitani) e nel contempo siano in grado di rimuovere le marginalità (territoriali e sociali) esistenti nel sistema regionale.
Non sembrano averne compreso la valenza le due proposte di legge all’esame delle commissioni del Consiglio regionale (il “Testo Unico delle norme sul governo del territorio” e per il “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi...”): sono di scarsa utilità nell’ottica di rinsaldare il rapporto con le politiche europee. Esse denunciano il vuoto di ricerche applicate sulla dimensione e sull’organizzazione di Roma metropolitana e non tengono conto dell’evoluzione concettuale, normativa ed empirica che la questione ha assunto nel contesto regionale, nazionale ed europeo. Non migliore è quanto l’Amministrazione comunale precedente lascia al nuovo sindaco per l’inerzia mostrata nell’utilizzo dei fondi europei, mentre in periferia, erroneamente considerata marginale, vi sono significative prove di  protagonismo civico.
Non possono quindi essere ignorati sul piano istituzionale, dalla Regione, dalla Città Metropolitana e dalla Capitale, gli obiettivi fissati dall’UE: politiche Europe 2020green economyblue growth, territorial decision e gli impegni assunti dall’Italia: riforma della capacity building istituzionale, integrazione tra inner peripheries urbane delle Città Metropolitane ed internal areas, riorganizzazione della dotazione dei servizi economici d’interesse generale (SGEI) per creare una nuova ed innovativa offerta di welfare rivolta a potenziare la coesione sociale e la competitività dei sistemi locali e regionali, di cui la riforma costituzionale e la Delrio, sono solo i primi strumenti di attuazione.
 
 
 
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