La recensione: Gli equivoci del cattolicesimo politico - di Luigi Giorgi
giovedì, 26 febbraio 2015 cultura
 
Continuità di Dossetti
 
 
Leggendo l'ultimo volume su Giuseppe Dossetti, Gli equivoci del cattolicesimo politico, edito dal Mulino, mi sembra che appaia chiaro un tema. Il pensiero di Giuseppe Dossetti ha vissuto una sostanziale continuità di ispirazione ed elaborazione. Certo ci possono essere state delle "accelerazioni" o delle "frenate", ma la costanza e la linearità di riflessione è chiara. Il volume affronta un discorso del 1962 e uno del 1957. Ma potrebbero benissimo essere stati formulati, in alcuni stralci, negli anni '90.  In quanto gli argomenti trattati, pur mutando nei riferimenti contingenti, hanno un effettivo substrato comune. La logica mi sembra che si fondi, essenzialmente, su una fondamentale premessa teologico-spirituale: la prevalenza delle grazia e della rivelazione come asse portante della vita del cristiano. Tale "presupposto" illumina il rapporto fra il cristiano e la politica, fra il potere e il suo uso. Nel 1957 durante il convegno della Giac, riferendosi al colloquio evangelico fra Pilato e Gesù,  dice che occorre: «Considerare il potere che può essere affidato in un determinato periodo storico a delle formazioni politiche di ispirazione cristiana, come una gravissima responsabilità; come qualche cosa che esige uno sforzo di purificazione enorme; come qualche cosa che non può essere rettamente usato e legittimamente mantenuto, vorrei dire, se non al patto di farci delle virtù straordinarie; come qualcosa che, in fondo in fondo, vorrei dire, non deve essere neppure desiderato, o che lo può essere solo in vista di una necessità, ma con un senso comune enorme della propria insufficienza, della propria inadeguatezza, e quindi con una umiltà che ci deve pervadere tutti: deve pervadere i singoli uomini, deve pervadere la comunità cristiana nel suo complesso, tutta protesa vorrei dire, ad implorare per quegli uomini che hanno una responsabilità sul piano politico, la luce, la purezza necessaria per fare di quel potere dato da Dio, in questo senso, un uso corretto, tale che non offra la scintilla per lo scatenarsi di atteggiamenti psicologici - non tanto di fatti culturali o di posizioni morali - di altri, provocati o quanto meno occasionati da principi di scandalo offerti da noi».
In definitiva egli pone il problema del rapporto credente-politica alla luce della rivelazione e del tempo inteso come chronos. C'è incompatibilità? Dossetti fondamentalmente pensa di no, ma sostiene che debbano esserci molte cautele. Alcune condizioni gli appaiono necessarie: che non si eserciti il potere per troppo; che lo si viva come un servizio e, più che altro, come un kairòs nella vita del credente. Un pò quello che dirà negli anni '90 agli esponenti della redazione di Bailamme. Così come le riflessioni sul laicismo, sull'impegno partitico dei cattolici nel dopoguerra, sul confronto con il pensiero storicista di matrice liberale e marxista che in questa circostanza raggiunge livelli di analisi davvero elevati, troveranno sintesi significativa in quello che, a mio parere, è il suo discorso cardinale. Cioè quello che dà il senso di come si sia svolta la sua vita, di quale direzione, e per quale motivo, abbia preso, e cioè l'intervento effettuato in occasione del conferimento dell'Archiginnasio (1986). Lucido, essenziale, esemplificativo. Come Dossetti sapeva essere nei momenti migliori. E' un testo in cui si raccolgono le riflessioni religiose e spirituali già presenti in lui da anni (basti vedere quello che scrive negli appunti pubblicati nel volume edito dalle Paoline, La Coscienza del fine) con quelle storiche, che troveranno una esplicazione, a volte purtroppo fraintesa, negli anni '90 quando interverrà a difesa della Costituzione. Dice Dossetti nel discorso dell'Archiginnasio (come è conosciuto ai più): «Considero tutti gli anni antecedenti e tutti gli impegni relativi come anni preziosi, ricchi di doni e di frutti: non rinnego nulla, ma di tutto ringrazio Dio come di una preparazione provvidenziale ed efficace che poteva e doveva avere uno sviluppo coerente e maturo nella vita che con serena e molto consapevole deliberazione ho deciso di vivere, non abdicando ma ricapitolando e dando un significato ulteriore in essa a tutte le precedenti tappe della mia esistenza». Quello che lui percepisce nel discorso del 1962 è il mutamento di una certa idea di Chiesa che nasce sia per un ripensamento profondo di tutto ciò che c'è stato prima a livello ecclesiale, e per cui non si può tornare indietro sia per il rivolgimento sociale cui si sta andando incontro: «La trasformazione della situazione sociale - dice - è una rivoluzione molto più grossa, e noi non possiamo captarla con gli strumenti giuridici». A suo giudizio tutti i vecchi parametri non erano più sufficienti, stavano esaurendosi: «ci avviamo verso un momento in cui l'interlocutore della Chiesa è semplicemente l'umanità. L'umanità della sua totalità». Questo spostava l'obiettivo cui doveva tendere il cristiano nella Chiesa oltre una semplice visione quantitativa ma verso uno sguardo qualitativo delle dinamiche mondiali, dei rapporti fra le istituzioni e la Chiesa: «Oggi questo è più attuale - afferma - che il tema tradizionale dei rapporti tra Chiesa e Stato». Una riflessione simile è presente anche nei confronti del concilio. Affermerà, infatti, nel 1994 a Pordenone, che il Vaticano II ha avuto un limite reale: «che era stato tutto pensato ancora in regime di cristianità e supponendo sostanzialmente ancora un regime di cristianità, dal quale si è allontanato per poche cose. Quindi ha inquadrato i rapporti col mondo, specialmente nella Gaudium et Spes, in una visione ottimistica, troppo ottimistica, e in una supposizione, non più vera, che il regime globale - sociale, culturale, politico - fosse più o meno, con differenze rilevanti fra le diverse nazioni, quello ereditato dal vecchio regime cristiano. E quindi per molti aspetti si è trovato a scontrarsi con una situazione nuova, diversa, non facilmente amalgamabile. Questa potrebbe essere la ragione profonda del suo arresto, della sua stasi e nell'ordine della ricezione completa e dell'impulso reale dato al popolo di Dio e alle sue guide.» Dossetti fra le molteplici qualità di una intelligenza straordinaria, aveva oltretutto questa capacità di visione e di discernimento degli avvenimenti storici, colti non nel senso cronachistico, ma nelle loro dinamiche profonde e fondamentali, che lo portava ad essere sempre un passo avanti.
Il volume appena edito è denso, arricchito dagli interventi di Pombeni e Mandreoli sempre puntuali ed interessanti, curato con zelo, acribia ed affetto da Sandro Barchi. Ci restituisce un pensiero, come quello di Dossetti, in tutta la sua logica ed acume. In tutta la sua profondità spirituale. In tutta la sua capacità di abbandono fiducioso alla grazia di Dio. Forse l'insegnamento più autentico che ci ha lasciato. 
 
 
 
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