La crisi di rappresentatività dei partiti richiede un maggior concorso dei municipi alle scelte del Campidoglio - di Mario Ajello
venerdì, 25 settembre 2015 primo piano
 
Nella ripresa di un’attività amministrativa del Comune di Roma il Giubileo della Misericordia giunge come un salutare balsamo sul corpo ferito dalla crisi etica e di finalità che da alcuni anni ha colpito la Capitale.
Ancora una volta il Magistero della Chiesa sovviene alla necessità di riscatto di cui Roma ha bisogno e concorre ad alimentare nei cittadini la consapevolezza di un destino comune. Sono molti i segni della ripresa di un’attenzione alle condizioni della propria comunità da parte dei cittadini. Essa si traduce in iniziative nei luoghi in cui vivono e per le situazioni di più acuto disagio sociale, con la beneficienza nelle parrocchie e in organizzazioni filantropiche, oltre che attraverso l’impegno nelle organizzazioni di volontariato.
Malgrado la ricchezza di motivazioni altruistiche, il disgusto per le dimensioni del malaffare e la speculazione perpetrata ai danni delle persone più bisognose emersa dalle indagini della Magistratura produce un forte freno a trasferire questo impegno su questioni d’ordine generale, d’interesse cittadino, poiché ciò implicherebbe una delega, tradita da chi ne è stato destinatario.
L’essere riusciti ad evitare lo scioglimento dell’Assemblea comunale di Roma Capitale gioverà all’organizzazione dell’anno giubilare e risolverà alcuni problemi di ordine pratico (ad esempio, la manutenzione stradale) da tempo in attesa, ma è verosimile che non darà alcuna soluzione alla riflessione avviata da Teorema e da qualificati esponenti politici e di grandi organizzazioni (Andrea Riccardi, Roberto Morassut, Walter Tocci, Paolo Masini, citati a memoria) sulla necessità di dare leggi e organi di rappresentanza all’altezza “dell’unica vera area metropolitana italiana” (Paolo Fallai, sul Corriere della sera).
Pur con questa consapevolezza Teorema ritiene che il tema del rapporto fra i municipi romani ed il Campidoglio, così come fra questi e la Città metropolitana debba rimanere nell’agenda degli impegni politici ed amministrativi di questi mesi, poiché vi è oramai una crisi della rappresentanza dei partiti in un territorio di poco meno di quattro milioni di abitanti (acuita dallo scioglimento della Provincia) che richiede regole e strumenti di partecipazione, senza i quali sono pregiudicate le fondamenta del sistema delle autonomie.
La grave crisi romana ha ricentralizzato sulla Capitale ogni dinamica politica e prenderne atto significa essere realisti: da questa nuova situazione occorre partire e ragionare; su come riaprire una dialettica politica fra il Campidoglio e la grande area urbana che supera i confini comunali è condizione per incidere politicamente.
Una prima condizione è avere attenzione ai mutamenti sociali, ambientali e culturali presenti in questo vasto territorio e per tale ragione i municipi romani appaiono il migliore punto d’osservazione per operare.
La seconda condizione è riconoscere i limiti insiti nell’attuale rapporto fra il Palazzo Senatorio ed i quindici municipi; questi vengono ancora considerati “sedi decentrate” del comune, mentre sono vissuti dai cittadini, a tutti gli effetti come sedi amministrative e politiche. Occorre quindi   riscrivere la delibera comunale n.10 del 1999 e le successive integrazioni poiché sono la negazione della necessaria governance che deve presiedere al rapporto fra la Giunta capitolina ed i municipi.
In questa inadeguatezza risiede una delle ragioni della delegittimazione dei partiti romani ed è miope non cogliere come essa si superi contemperando buona amministrazione, in particolare nel campo dei servizi, con una governance che consenta di acquisire con continuità l’apporto dei cittadini alla definizione delle scelte in tutte le parti del territorio.
Lungi dall’essere un espediente utile alla polemica politica, il nuovo ruolo da riconoscere ai municipi scaturisce dalla domanda di soluzioni a problemi locali organizzata attraverso il grande sviluppo delle telecomunicazioni e l’incontro dei cittadini nella rete. L’innovazione ha infatti realizzato quella che il sociologo Paolo De Nardis, ha chiamato “la sfera pubblica virtuale”, ovvero il formarsi di un’opinione fra cittadini su questioni d’ordine pubblico incontrandosi e discutendone nella rete che riesce anche a promuovere mobilitazione fra i navigatori della rete e non solo fra questi, per soluzioni volte a risolvere problemi che il Comune non recepisce.
La riflessione su come acquisire questa forte ed eterogenea domanda di partecipazione, non assume i termini di un esplicito riconoscimento fra i partiti romani e la sottovalutazione della sua incidenza rischia di accreditare l’idea che la politica si possa fare solo nella rete, finendo per sostenere la finzione della democrazia diretta del Movimento 5Stelle, con relative conseguenze elettorali.
Come dimostrano diversi studi sul tema la rete non è esente da interventi che sono la degenerazione del dibattito politico, ma ciò non può ridurre l’attenzione a questo tipo di contributi e si debbono predisporre sedi e regole, a partire dai municipi, che premino quanti si aprano al confronto esterno.
Teorema ritiene infatti che vi sia reale confronto delle opinioni fra persone che le esprimono secondo i principi della democrazia rappresentativa, senza con ciò negare il valore che in sedi ristrette può assumere l’assunzione di decisioni secondo le forma della democrazia diretta.
Alle insufficienze del sistema della rappresentanza si sopperisce inoltre avendo la pazienza di seguire ed interpretare quanto ci comunicano le realtà locali. Un compito che i partiti romani e della provincia hanno derubricato pensando che a ciò fosse sufficiente rispondere con la formazione di liste civiche nelle competizioni elettorali; una risposta divenuta fenomeno patologico della crisi della rappresentanza per la frammentazione del voto a cui abbiamo assistito e che rende non più rinviabile una lettura unificante dei mutamenti sociali intervenuti nella diverse realtà territoriali.
 
 
 
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