La campagna elettorale delle primarie negli Stati Uniti - di Mario Ajello
domenica, 08 maggio 2016 politica
 
Le convention dei Democratici e dei Repubblicani per eleggere il candidato alla presidenza degli  Stati Uniti si apriranno senza che vi siano sorprese per il grande distacco che vi è fra Hillary Clinton e Bernie Sanders (il voto dei grandi delegati del Partito Democratico rispetterà il responso degli elettori) e per l’assenza di rivali in grado di togliere la nomination a Donald Trump, malgrado la prolungata ostilità della dirigenza del Partito Repubblicano che ha sostenuto senza successo tutti coloro che lo hanno sfidato. Mentre in campo democratico abbiamo letto di una competizione come altre conosciute nel passato, seppure Sanders si sia dovuto fare largo con uno scarso sostegno del partito e limitata disponibilità di mezzi, Trump ha rappresentato la vera novità della lunga competizione per l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti.
La sua affermazione è motivo di un diffuso sconcerto nell’elettorato del suo partito, con la previsione rilevata da diversi sondaggi di uno voto al candidato democratico, nelle elezioni di novembre, della parte moderata. A far loro paura è l’estremizzazione della lotta politica in una società, quella americana, già soggetta agli scoppi di violenza politica.
Come è riuscito un candidato all’inizio impopolare a raccogliere un consenso tanto vasto?   
 
Il ciclone Trump
Un’interessante analisi sulla campagna elettorale condotta dal miliardario Donald Trump dal titolo “Può essere fermato?” è stata scritta da Michael Tomasky su “The New York Review”, del 21 aprile che non è stata contraddetta dai risultati delle primarie delle settimane successive. L’editorialista risponde ad un diffuso sentimento di inquietudine che attraversa gli Stati Uniti per i pericoli che molti cittadini statunitensi intravedono nel caso di una sua vittoria per la bassezza dei contenuti dei suoi messaggi, spesso non corretti politicamente, sguaiati verso i suoi contendenti e le donne, a volte violenti nei confronti dei giornalisti dei media a lui contrari.
Tomasky afferma che il successo della strategia della comunicazione costruita da Trump ha puntato a dare voce a quella parte dell’elettorato repubblicano, bianco, che si considera la più penalizzata dalla crisi economica e dalla politica di Obama, ricorrendo ad espressioni da saloon nel solo intento di consolidare un rapporto con questi elettori, divenuto oramai inattaccabile. Ciò è avvenuto mentre la classe dirigente del partito e i maggiori commentatori politici mettevano in luce la pochezza e l’irrealizzabilità delle sue affermazioni; i sondaggi d’opinione di volta in volta hanno registrato che quanto più alta era l’ostilità alla sua candidatura tanto maggiore era la sintonia con il deluso elettorato repubblicano per la debolezza dell’opposizione all’amministrazione Obama. Emblematico del successo della “dottrina Trump” è stato quanto rilevato da un sondaggio condotto dalla Monmouth University fra gli elettori della Florida a cui è stato chiesto quanto avesse influito sul loro giudizio la decisione di Donald Trump di rinunciare a fare campagna elettorale a Chicago a seguito dei violenti scontri verificatesi nel campus dell’Università di quella città fra cittadini afro-americani che protestavano per le sue precedenti dichiarazioni e i suoi supporters.
Il sondaggio ha rivelato che il 66% non aveva cambiato opinione su Trump, il 22% che era aumentato l’interesse per lui e solo l’11% che ciò l’aveva diminuito.
In un crescendo di violenza verbale non c’è da stupirsi che più di una manifestazione elettorale sia stata occasione di contestazione per le sue dichiarazioni e per questa deriva l’autore dell’articolo afferma che il movimento di Trump abbia elementi che richiamano le modalità d’affermazione del fascismo: belligeranza, nazionalismo, razzismo, militarismo (dopo l’episodio di Chicago, su twitter alcuni supporters hanno sostenuto la necessità di una forza di sicurezza privata di protezione per Trump). Tutto ciò non significa che Trump punti all’affermazione di un partito unico dittatoriale, ma è la conferma della richiesta di una più forte e diffusa opposizione ai Democratici, da fare anche all’esterno degli organismi politici.
 
I fattori che ne hanno favorito l’ascesa
Tomasky invita a non sottovalutare la concezione politica che Trump sta facendo circolare nel Paese perché la difficoltà che ha incontrato l’establishment repubblicano a contrastarlo, appare molto simile alla scarsa forza con cui fu ostacolato Hitler nella sua ascesa al cancellierato. L’editorialista si chiede quali siano i fattori che hanno determinato questa situazione e ne individua due: una nel al Partito Repubblicano e l’altra nelle modalità con cui si fa informazione negli USA.
Il partito dell’elefante è responsabile per più ragioni. Una prima: di averlo sottovalutato non unificando finanziamenti e candidati apparsi questi, troppo diversi l’uno dall’altro, non contribuendo a dare un’immagine coerente ad un elettorato che si sentiva senza identità (ciò è avvenuto solo alla fine puntando su Cruz, ma quando oramai l’idea di opposizione necessaria per vincere era completamente egemonizzata da Trump, ndr). Una seconda: per le contraddizioni ideologiche che convivono nel partito e per la fiacchezza con cui esso è diretto dal presidente, Reince Priebus: questi non solo si è dimostrato in molte occasioni al di sotto della sua funzione, ma nel momento più alto della competizione ha aperto al supporto dei sostenitori della supremazia dei bianchi avvalorando una delle tesi su cui poggiava la strategia di Trump, ha rilanciato il neo-nazismo ed è stato evasivo nel prendere le distanze dal Ku Klux Klan, pur essendo coinvolto in prima persona. In realtà Trump ha avuto “il merito” di portare in superficie qualcosa che il partito da decenni si dimostra incapace di affrontare (razzismo, nazionalismo fino al militarismo, ndr) con cui sottilmente hanno convissuto tutti i suoi candidati nelle diverse competizioni. In tale stato di confusione ideologica, i temi degli oppositori di Trump sono apparsi agli elettori retorici e perdenti.
Il secondo fattore che ha enfatizzato la corsa alla nomination di Trump è nelle logiche mercantili che segue la comunicazione politica negli Stati Uniti. Essa è guidata dall’audience e il tempo dedicato ad un singolo candidato va considerato per quante TV via cavo lo trasmettono. Un candidato come Trump capace di tramutare ogni incontro elettorale in uno scoop irrompe nella trasmissione delle notizie di più reti sovvertendo la programmazione perché ciò attira pubblicità. A tal proposito Tomasky riporta una simulazione condotta da una società specializzata nel tracciare la copertura dei candidati da parte dei diversi media, la mediaQuant. La società ha dato un valore in dollari alla spesa di ciascun candidato per i loro interventi televisivi, come se fossero un prodotto pubblicitario e quanto spazio gratuito essi hanno ottenuto per la propria audience. Bush avrebbe speso 82 milioni di dollari e ricavato 214 mln di dollari di spazi gratuiti; Rubio avrebbe speso 55 mln di dollari e ricavato 204 mln di dollari; Cruz avrebbe speso 22 mln di dollari e ricavato 313 mln di dollari. Trump avrebbe speso non più di 10 mln di dollari e ricavato 1,9 miliardi di dollari, ovvero quasi il triplo di quanto hanno ricavato i tre contendenti repubblicani sommati insieme.
In campo democratico Sanders avrebbe speso 28 mln di dollari e ricavato 321 mln di dollari; Hillary Clinton avrebbe speso 28 mln di dollari ed ottenuto 746 mln di dollari di spazi gratuiti (nel suo caso parte dello spazio è stato negativo in quanto è stato dedicato alla questione delle email spedite per conto del Dipartimento di Stato dal suo cellulare).
Al di fuori della simulazione di mediaQuant, nella realtà l’audience si trasforma in effettivi maggiori profitti per i networks televisivi per le entrate pubblicitarie. Il capo della CBS, Les Moonves, ha riconosciuto che l’audience di Trump è stato benefico per queste società, meno per i contenuti del messaggio e a dimostrazione del clima che si è respirato nel corso della campagna elettorale del miliardario, per queste dichiarazioni un reporter della CBS presente in uno degli incontri pubblici è stato dichiarato persona non gradita e portato via di forza dal servizio d’ordine.    
 
Che possibilità ha Trump di diventare presidente?  
Un recente sondaggio ha confermato che Trump perderebbe sia nei confronti della Clinton che di Sanders, ma è probabile che come ha fatto più volte in campagna elettorale, il miliardario di New Yok, faccia ammenda di certe dichiarazioni affermando di essere stato equivocato per conquistare quella parte dell’elettorato repubblicano che gli sta girando le spalle. I Democratici non sono maggioranza nel Paese, come hanno dimostrato le ultime elezioni ed Hillary Clinton ciò non può sottovalutarlo; dovrà innanzitutto cercare di avere in vista della convention l’appoggio di Bernie Sanders per la sua nomina a candidata alla presidenza, pur se sono pochi i voti che le mancano per conquistarla. L’anziano senatore del Vermont è apparso credibile poggiando su una comunicazione dai contenuti che in Europa definiremmo socialisti, su lotta alle disuguaglianze e alla natura distruttiva di un capitalismo padrone della politica statunitense; lo hanno apprezzato i giovani (quattro voti su cinque sono andati a lui) e milioni di elettori ostili verso l’attuale establishment del Paese (di cui la Clinton fa parte), per il prolungato disagio sociale in cui versano malgrado la ripresa economica. E’ un elettorato bianco del ceto medio, delle aree deindustrializzate, in precedenza di sinistra, che può essere catturato da un messaggio di Trump che moderasse i toni, ma rimanesse tanto generoso sul piano sociale quanto attraente sul piano economico. E’ un elettorato che Trump ha già conquistato nell’area repubblicana e probabilmente è la ragione per la quale il presidente Barack Obama ha invitato a prendere sul serio il candidato alla presidenza Trump, perché la corsa alla Casa Bianca non è un reality show, un intrattenimento televisivo.
 
 
 
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