La battaglia politica della riforma costituzionale inizia dalle Amministrative - di Mario Ajello
sabato, 23 aprile 2016 politica
 
L’esito del referendum per la cessazione delle trivellazioni in mare e il risultato della mozione di sfiducia presentata dalle Opposizioni contro il Governo hanno mostrato l’impotenza del variegato fronte che si oppone al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ma se ci limitassimo a questi due avvenimenti dovremmo considerarli un finale di partita di quella che pochi giorni prima era andata in scena con l’ultimo voto favorevole della Camera alla riscrittura di cinquantasette articoli della Costituzione. In realtà sono i contenuti degli interventi del Presidente del Consiglio, al Senato per le mozioni di sfiducia e subito dopo il referendum a dare lo spessore della fase politica in cui stiamo entrando; non solo quella che porterà al referendum confermativo della riforma istituzionale in autunno, ma soprattutto con i polemici riferimenti ai limiti dell’attuale regionalismo e al riconoscimento che Matteo Renzi ha fatto al ruolo dell’industria per lo sviluppo del Paese. Un concetto quest’ultimo che nessuna persona dotata di un livello medio di cultura può negare, ma che ha il doppio significato di una volontà di rilanciarla come da tempo ha fatto la Francia, con un piano apposito e gli stessi Stati Uniti che pure sono leader nelle nuove tecnologie immateriali; al tempo stesso vi è la riaffermazione che non ci può essere nelle nostre città e nel Paese, un deciso miglioramento dei servizi, per produttività e qualità, se non vi è la spinta alla competizione che l’industria subisce ed esercita più di altri settori.
Affrontando questi temi Matteo Renzi non ha solo disegnato il terreno della battaglia politica che si svilupperà dopo le Amministrative di giugno, ma già per queste ha indicato ai candidati del Pd il tema su cui fare riferimento per dimostrare ai cittadini la volontà di migliorare la qualità della vita nelle città, innovando il municipalismo della rendita che vi sopravvive.
Rendita che le indagine della Magistratura stanno confermando di continuo e di cui Roma si deve liberare perché sono per la Capitale autentica zavorra, a cominciare dal tema già rumorosamente entrato nelle polemiche fra i candidati sindaci sul rapporto che l’Amministrazione comunale vuole instaurare con le aziende municipali (Atac e Ama, prima di tutte) e con quelle in cui è azionista, come l’Acea, sulla gestione di tutti iservizi per i quali è necessaria una concessione comunale.
 
L’esito del referendum sulle trivellazioni a Roma
 
Il risultato delle Amministrative  a Roma è tutt’altro che scontato e l’esito del referendum a Roma ci dice che ancora non si è manifestato il “rimescolamento” che farebbe presupporre il fallimento delle amministrazioni Alemanno-Marino. Con il forte limite della ridotta partecipazione e di un astensione dal voto che in parte è stata una scelta orientata dal Partito Democratico, viene infatti confermata per ora una geografia politica nota nella città.
Dalla lettura dei dati nei municipi romani (vedi tabella allegata) la partecipazione al voto più elevata è stata registrata prevalentemente in quelli con una maggiore presenza di elettori che votano per formazioni politiche che al momento si collocano a sinistra dello schieramento parlamentare: 38,2 nell'VIII, ex XI; 37,3 nel VII, ex IX e X; 36,4 nel IX municipio (ex X); 36,3 nel IV municipio (ex V); 36,1 nel XII (ex XVI che comprende Malagrotta).
Le percentuali più basse si registrano nei municipi in cui la destra raccoglie maggiori consensi: 29,9 nel XV (ex XX); 30,7 nel VI (ex VIII); 33,2 nel XIII (ex XVIII); 33,3 nel XIV (ex XIX): una bassa partecipazione al voto si ripete da tempo in questi quattro municipi.
Alla maggiore partecipazione non corrisponde una sequenza simile del voto a favore dei SI.
La percentuale più alta viene raggiunta nel X municipio, 89,5; seguono il IV con 89,3%, il VII ed XII con l'89,1%, il V ed il VI con l'89,0%. La percentuale più bassa dei SI si registra nel XV municipio con l'87% dei voti: un dato significativo perché nessun municipio ha una percentuale inferiore all'88,1%. Nello stesso municipio il No raggiunge la percentuale più elevata fra tutti i municipi: il 13,0%, seguito dall'11,9% del XIII municipio e dall'11,5% del IX, dell'XI e del XIV.
I valori più bassi il No li raccoglie nel VI e nel X con il 10,5%; nel IV con il 10,8% e nell'XI con il 10,9%.
Per una chiave di lettura del risultato dei municipi sono utili le analisi del voto di Demos &Pi, per Repubblica e del Corriere della sera sul voto in campo nazionale. Esse concordano sulla espressione di voto e collocazione politica di coloro che si sono recati alle urne, domenica scorsa: un elettore su due ha dichiarato di votare M5S, Sel, SI ed altre formazioni di sinistra; uno su tre elettori si dichiara di FI e della Lega; uno su quattro elettori vota Pd.
Facendo riferimento alla percentuale di partecipazione al voto e a quello favorevole al quesito referendario, non diversa appare la collocazione politica degli elettori nei municipi: la sinistra trova una maggiore rappresentatività nella cosiddetta "cintura rossa", includendo in essa il VII, l’enorme municipio che da San Giovanni giunge sotto i Castelli romani; la destra si confermi nei municipi a nord, con il ben noto più forte insediamento nel XV (ex XX).
 
 
 
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