Il nuovo corso della Germania - di Mario Barbi
giovedì, 10 settembre 2015 primo piano
 

Nel momento più critico della crisi europea dei rifugiati, mentre irrompeva sui media la foto del bambino annegato su una spiaggia turca e mentre migliaia di profughi dopo aver sfondato il filo spinato del confine ungherese si erano messi in marcia a piedi verso l’Austria, la cancelliera Angela Merkel, con una mossa improvvisa e inattesa, ha deciso di aprire ai profughi le frontiere del suo paese e di accogliere in Germania, senza limiti numerici, i migranti in cerca di asilo provenienti dalla Siria e dalle altre zone di guerra. Alla sorpresa per la decisione della cancelliera si è aggiunta quella per l’accoglienza festosa riservata da centinaia di volontari tedeschi accorsi alla stazione di Monaco di Baviera per dare il benvenuto ai profughi in arrivo dall’Ungheria. Entrambi questi fatti sono stati oggetto di grande plauso e di un generale apprezzamento nell’opinione pubblica non solo progressista ma anche moderata e, comunque, di sentimenti europeisti. Sono stati visti come un gesto di umanità e di apertura che zittisce xenofobie e paure e come l’anticipazione di una positiva svolta europea. A me sembra che la sorpresa denoti una scarsa conoscenza sia della politica che della società tedesca così come mi sembra che il plauso incondizionato (sottolineo incondizionato) all’iniziativa del governo di Berlino sia, almeno da parte degli europeisti, poco meditato e lungimirante.
La società tedesca è fortemente plurale e diversificata. E’ dagli anni ’50 che la Germania é di fatto un paese di immigrazione ed é ormai da quindici anni che il parlamento ne ha preso atto con una legge sulla cittadinanza che favorisce la naturalizzazione dei figli degli immigrati. Oggi in Germania vivono più di otto milioni di stranieri e sono più di un milione e seicentomila gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza tedesca nei primi dodici anni di applicazione della nuova legge. Nelle grandi città, la percentuale di popolazione che ha un retroterra in un modo o nell’altro legato alle migrazioni oscilla tra il 30 e il 40 per cento sul totale degli abitanti mentre in alcuni casi supera il 50 per cento sulla popolazione fino a 18 anni di età. Di fronte a dati di questo genere, chi si immagina la Germania come un paese chiuso e nostalgico del primato etnico del “blut und boden” (sangue e suolo) vive fuori dal tempo. Così come non ben conosciuto e non del tutto compreso è il rilievo che ha il tema del “diritto d’asilo” nella Germania del dopo-guerra. Ancorato nella costituzione del 1949, il “diritto di asilo”, che é un caposaldo dello stato democratico, è stato modificato nel 1993 con lo scopo di impedirne l’abuso da parte di migranti economici e di limitarne lo spettro di applicazione non riconoscendo la facoltà di presentare domanda ai profughi in arrivo in Germania da paesi terzi sicuri (praticamente tutti i paesi confinanti dopo la fine della guerra fredda), secondo un principio che ritroveremo negli accordi di Dublino oggi tanto contestati.
La complessa e tormentata modifica costituzionale arrivò dopo un decennio che registrò tra 70/100mila richiedenti asilo ogni anno e nel bel mezzo delle nuove ondate migratorie dai paesi dell’est dopo la caduta del muro e dell’afflusso massiccio di profughi dalle guerre nella ex-Jugoslavia (oltre 430mila richiedenti asilo nel 1992). La politica di contenimento tedesca, che ha almeno in parte funzionato e che è diventata anche politica europea, ha cominciato a dare segni di cedimento negli ultimi anni (109mila richiedenti asilo nel 2013 e 173mila nel 2014), fino a registrare un vero e proprio collasso nelle previsioni di nuovi arrivi fatte per quest’anno e riviste continuamente al rialzo: 400mila in maggio, 800mila in agosto e 1 milione in questi giorni. Da mesi il governo tedesco prendeva le misure ad un fenomeno di dimensioni epocali e di fronte al quale si mostravano inefficaci i dispositivi di contenimento cui si era affidato in passato.
E’ questo lo sfondo della decisione della cancelliera, presa con lucido realismo e con tempismo mediatico formidabile. Una decisione tutta politica, che ha ignorato sia il diritto europeo (gli accordi Dublino) che quello interno (forzando profili della stessa costituzione tedesca), e che è stata assunta in modo unilaterale nella convinzione – probabilmente giusta – di interpretare così nel modo migliore l’interesse nazionale della Germania, enfatizzandone il “lato luminoso” contro il “lato oscuro” (per riprendere espressioni usate nel dibattito interno tedesco nelle scorse settimane), e assicurandosi un prezioso ritorno di immagine per il suo paese e per il suo governo. Tanto di cappello alla Merkel che si è trovata in una sintonia quasi perfetta con l’opinione pubblica del suo paese e con l’intero establishment politico-istituzionale (i mugugni della Csu bavarese fanno parte del quadro). Un vertice di maggioranza ha poi deciso subito dopo di stanziare sei miliardi di euro per fare fronte alla nuova emergenza mentre l’apertura delle frontiere é stata relativizzata come eccezionale e irripetibile e ha iniziato a definire nuove strategie di contenimento dei migranti (esclusione dai richiedenti asilo di tutti i coloro che provengono da paesi sicuri e procedure più spedite ed efficaci di rimpatrio per i non aventi diritto). E’ un fatto che in Germania, dove il passato non è passato invano, le rozze spinte nazionaliste e la xenofobia grossolana e greve non hanno cittadinanza né nel dibattito pubblico né tra le forze politiche rappresentate al Bundestag. Ciò non toglie che in Germania come altrove vi siano pulsioni xenofobe e paure che trovano espressione in movimenti identitari  come “Pegida”, acronimo di “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente”, o che addirittura alimentano gruppi di estrema destra che prendono a bersaglio con attentati incendiari le strutture in cui trovano alloggio i richiedenti asilo. Fenomeni preoccupanti, ancorché distinti. Ma prendere le distanze da questi “fermenti” e contrastarne le idee, oltre che ovviamente condannare ogni atto di violenza xenofoba, é un tratto distintivo di tutto il mondo politico tedesco che conta. Così la Germania si apre al mondo, o meglio continua ad aprirsi al mondo e a neutralizzare i suoi fantasmi, dando prova di forza economica, di stabilità politica e di efficienza amministrativa. E continuando anche a rimanere se stessa. Sicura di se e della validità del proprio sistema.
Convinta che quello che va bene alla Germania vada bene all’Europa e che quando la Germania si muove l’Europa non possa stare ferma. E infatti succede ora che l’Europa reagisca (che non è ancora “agire”, ma è meglio di niente) al fenomeno migratorio proprio a seguito della Germania dopo essere stata sorda e inerte per anni e anni.
A tutti coloro che oggi, con qualche ragione, si compiacciono del ruolo progressivo e pro-europeo assunto dalla Merkel nella vicenda dei profughi, vorrei suggerire di riflettere sul fatto che la Merkel che i profughi siriani hanno portato in giro come la madonna delle grazie é la stessa Merkel che non pochi greci hanno raffigurato con i baffetti alla Hitler e che la Germania che ha in costituzione il diritto di asilo è la stessa che ha in costituzione il pareggio di bilancio e la preclusione di ogni cessione di sovranità in questo campo. La Germania matrigna delle regole di bilancio e dell’austerità é la stessa di quella benigna dell’accoglienza e dell’asilo. E’ quella la stessa Germania che sta assumendo in Europa il ruolo del paese-guida che “detta” le regole e decide quelle che debbono essere rispettate (il Patto di stabilità), magari contro ogni ragionevolezza politica, e quelle a cui si può derogare (Dublino), a partire anche da atti unilaterali, sulla base di giudizi strettamente politici. Come si può accettare che sia un solo paese, in base ai suoi interessi nazionali, a decidere quale sia la sfera in cui la politica può fare valere il proprio primato e la propria autonomia e quali quelle sfere in cui la politica debba invece essere bandita a vantaggio di regole rigide e incontestabili?
Ecco, il problema non è quello delle politiche, che a volte si possono apprezzare e a volte no, ma il funzionamento politico dell’Europa, in cui contano gli stati e non un “demos” comune, un’Europa che si rassegna a seguire un paese che assume il ruolo di guida mentre altri si accontentano di quello di satelliti o di gregari, un’Europa che quindi produce asimmetrie e disuguaglianze nei diritti dei cittadini che fanno parte della stessa Unione ma che hanno il passaporto di stati diversi.     

 
 
 
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