Dopo il marziano i romani si rivolgeranno agli alieni? - di Mario Ajello
giovedì, 09 giugno 2016 primo piano
 
La diversità della competizione romana rispetto a quella nelle altre grandi città (Milano,  Torino, Bologna; Napoli è un caso anch’esso a parte) è la più forte protesta degli elettori di cui si sono fatti interpreti gli esponenti del Movimento 5 Stelle e di converso la candidata sindaco. Questa forza politica è credibile malgrado non abbia dato prove di competenza e si sia mai misurata con problemi dello spessore di quello che si presenteranno a chi siederà nello scranno di sindaco in Campidoglio.
Diversamente da quanto è avvenuto nelle altre grandi città la partecipazione al voto è stata più alta di quella registrata nelle precedenti elezioni amministrative malgrado si sia votato solo di domenica: nel 2013, votarono il 52,8% degli aventi diritto, il 5 giugno hanno votato il 57,2%: dato da non minimizzare considerata la tendenza in atto da molte votazioni e che ci dice che la maggioranza dei romani ha consapevolezza della posta in gioco e dei gravi problemi che devono essere affrontati. 
Come potete leggere dalla tabella allegata un ulteriore segnale uscito dalle urne è il forte dissenso nei confronti del Partito Democratico: l’entità della perdita di consensi del partito di Renzi rispetto al 2013 è di 9,1 punti (dal 26,3% al 17,2%), con una perdita dell’intera coalizione di 17,2 punti: nel 2013 conquistarono il 42,6% contro l’attuale 25,4%.
Un crollo in tali dimensioni era imprevisto e ha i suoi apici nei municipi ad est (dal III al VI),  in quello di Ostia-Acilia e nel confinante XI, Arvalia-Portuense. Di questo risultato non si giova la forza che a sinistra era sembrata più ostile, la coalizione guidata da Fassina che non supera il 4,5% dei consensi e soprattutto si segnala per aver colto nel I municipio il massimo dei voti, pari al 7%. La proposta di una sinistra più coerente con la politica degli anni in cui sembrava all’altezza delle sfide nazionali ed internazionali non ha raccolto nella “cintura rossa” consensi oltre la media cittadina, mentre ne ha di più elevati nel citato I, nel II e nel III.
Il Pd paga la delusione dei cittadini romani che avevano creduto nella discontinuità che il sindaco Marino voleva rappresentare ed il discredito della sua classe politica mentre le coalizioni di centrodestra ne rimangono esenti malgrado a Roma siano tutti consapevoli che il “disastro” amministrativo abbia assunto le dimensioni dell’ingovernabilità con Gianni Alemanno, sostenuto appunto da questi partiti.
La tabella che alleghiamo dà un quadro esplicito: i maggiori concorrenti del candidato del Pd, Virginia Raggi e Giorgia Meloni, raccolgono insieme il 56% dei voti e si deve riconoscere che l’esponente di Fratelli d’Italia poteva essere la sfidante della Raggi se non fosse stata ridimensionata dalla candidatura di Alfio Marchini.
 
Per quale ragione la maggioranza degli elettori romani ha inteso punire così pesantemente la coalizione incentrata sul Partito Democratico?
 
La risposta che viene immediata dovrebbe essere che il candidato sindaco Roberto Giachetti non è riuscito a dimostrare il rinnovamento avviato con le garanzie di onestà e competenza dei candidati nelle liste, il programma, gli autorevoli nomi della futura giunta comunale, ma chi ha ascoltato i commenti dei cittadini nella campagna elettorale ha registrato innanzitutto l’avversione al Partito Democratico e Giachetti ha risentito in modo vistoso dell’impopolarità del maggiore partito della coalizione, pur richiamando un giudizio di merito sulla sua persona: militanza non violenta nella lunga battaglia per i diritti civili, impegno per la riforma del sistema elettorale, competenza, onestà. Si è constatato quello che Walter Tocci ha riferito in più occasioni già prima della campagna elettorale: l’avversione verso chi aveva promesso molto e mantenuto poco con la formazione del Partito Democratico.
Occorre quindi in un’analisi politica senza infingimenti riconoscere che oltre la crisi economica e sociale che tanto duramente ha colpito i romani, sgomenti nel non vedere vie d’uscita, vi sono due questioni prettamente politiche, una collegata all’altra: la gestione commissariale e l’immobilismo in cui i parlamentari eletti a Roma e nel Lazio mantengono il partito per l’incertezza sulla futura legge elettorale per la Camera ed il Senato.
Il commissariamento, protrattosi per ragioni oltre quanto fisiologicamente necessario dopo lo scoppio di Mafia Capitale, ha “sequestrato” il dibattito politico, divenuto giornalistico ed estemporaneo, riservato ai pochissimi che hanno accesso ai grandi mezzi d’informazione finendo per essere autoreferenziale, scoraggiando anche chi fra i consiglieri municipali ha tentato di farsi interprete del vistoso disagio dei cittadini romani nella vita quotidiana. Questo comportamento ha fatto del Pd la rappresentazione dell’establishment, identificato, non solo a Roma, ma in tutte le democrazie occidentali, come subalterno ad interessi particolari e causa delle mancate soluzioni all’impoverimento di molta parte della popolazione.
Una seconda ragione è da individuare nella mancata apertura del partito alle esperienze più autentiche presenti sul territorio che a ben vedere doveva giustificare un commissariamento tanto lungo. Matteo Orfini non ha scalfito la resistenza dei parlamentari romani (e del Lazio) preoccupati di mantenere il controllo del proprio seguito elettorale che ha sempre meno come riferimento “il partito”, come comunità d’intenti e finalità collettive, deformato in strumento per scalare posizioni sociali e politiche. Controllo divenuto ferreo per le citate preoccupazioni sulla futura composizione delle liste elettorali per la Camera dei Deputati e del Senato e soprattutto per la larga quota di nominati che continuano ad essere previsti nella nuova legge. Questo sistema continuerà ad ingessare la verticalità che caratterizza la dinamica politica attuale scoraggiando quanti vogliano dedicarsi a conquistare consensi oltre il recinto.
Una prova l’abbiamo da come sono stati disegnati i collegi della nuova legge elettorale. La provincia di Roma è stata suddivisa in due archi di enormi dimensioni, dispendiosi per chiunque, in campagna elettorale e dopo l’elezione, voglia continuare a rapportarsi con i cittadini; i due collegi possono essere padroneggiati solo da chi è attualmente in grado di farlo, mentre Roma ed il territorio metropolitano sono oramai in molti punti una sola cosa e per questo collegi uninominali sarebbero la migliore soluzione.
 
Come si presentano i contendenti romani al ballottaggio?
 
Il Movimento 5 Stelle ha comunicato che continuerà a correre da solo in coerenza con la sua impostazione di rifiuto della democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta della rete.
È una scelta che non si pone il problema della fondatezza dei programmi proposti contando sulla voglia dei cittadini di girare pagina: “accada quel che accada”. Questo sentire ha fatto breccia anche in quell’elettorato che crede nella democrazia rappresentativa e che non si esprime attraverso il web; premiando oltremisura  i vertici del Movimento e la Casaleggio & Associati che puntano sull’incapacità dei partiti democratici e liberali di riuscire con le loro politiche a risolvere i problemi della vita quotidiana dei cittadini.
Malgrado il distacco del primo turno, Roberto Giachetti è verosimilmente in corsa. Nella città si percepisce lo sconcerto per un risultato che come quello di Trump negli Stati Uniti, detto senza enfasi, è un salto nel buio. L’abbandono dell’estrema periferia da parte del Partito Democratico ha prodotto un effetto alone anche nelle zone confinanti ed appare arduo un recupero dell’ultimo momento. C’è da credere che a Giachetti sia possibile contare oltre che sull’elettorato già conquistato, sull’ampia quota di elettori di cultura riformista che si sono astenuti o schierati con Marchini e Fassina. Per questo obiettivo non c’è bisogno di fare accordi di vertice (sarebbero controproducenti), ma parlarne con tutti facendo emergere la diversa concezione democratica e dello sviluppo del programma e della persona di Bobo, rispetto al vuoto moralismo dei 5 Stelle.
 
 
 
 
VOTANTI
 
GIACHETTI
PD 2016
PD 2013
L.C. GIAC
FASSINA
 
RAGGI
M5S
 
MELONI
MARCHINI
 
%
 
%
%
 
%
%
 
%
%
 
%
%
ROMA
57,2
 
24,9
17,2
26,3
4,2
4,5
 
35,3
35,3
 
20,6
11,0
MUNICIPI
                         
I
53,2
 
34,0
21,7
26,4
6,3
7,0
 
25,1
24,5
 
17,7
13,2
                           
II
58,2
 
33,5
22,3
25,5
6,0
5,4
 
24,8
24,6
 
18,9
15,3
                           
III
59,8
 
25,2
18,1
27,3
4,1
4,9
 
35,2
35,0
 
20,6
10,5
                           
IV
59,2
 
23,4
16,9
28,5
3,7
4,3
 
37,8
37,5
 
21,3
8,8
                           
V
58,3
 
21,8
15,7
28,8
3,6
4,8
 
37,1
36,9
 
23,8
8,3
                           
VI
56
 
17,5
11,6
24,3
4,1
2,1
 
41,3
42,2
 
25,4
9,4
                           
VII
58,8
 
25,4
17,8
27,7
4,0
4,7
 
37,0
37,0
 
20,0
9,4
                           
VIII
57,5
 
28,6
18,9
26,9
4,7
6,7
 
33,2
33,4
 
17,3
10,8
                           
IX
59,3
 
24,6
16,5
24,0
4,5
4,4
 
36,9
36,6
 
19,2
11,5
                           
X
56,1
 
19,0
13,8
24,9
2,5
3,6
 
43,8
44,2
 
18,2
11,2
                           
XI
55,9
 
23,7
16,9
28,5
3,8
3,9
 
37,2
37,4
 
22
9,7
                           
XII
56,6
 
30,8
21,0
29,5
5,6
5,6
 
31,7
31,8
 
18,1
11,1
                           
XIII
57,5
 
24,5
18,6
24,6
3,4
3,6
 
32,5
32,5
 
22,9
12,4
                           
XIV
55,5
 
23,4
16,2
24,2
3,7
4,1
 
36,1
36,4
 
21,6
11
                           
XV
52,8
 
24,5
17,4
20,6
3,7
2,8
 
30,8
30,1
 
21,7
16,9
 
 
 
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