Dall'Economist, un articolo sulle riforme di Papa Francesco - di Francesco Pasetto
domenica, 11 settembre 2016 primo piano
 
Il numero del 30 luglio dell’Economist ha dedicato un articolo sulle riforme di Papa Francesco: “Hearts, minds and souls”. Qui possiamo leggerne una traduzione in italiano, grazie al lavoro di Francesco Pasetto.
 
Papa Francesco - CUORI, MENTI, ANIME
Malgrado la popolarità del pontefice i suoi sforzi per riformare la Chiesa stanno incontrando notevoli resistenze
 
CITTA’ DEL VATICANO – Il cardinale Robert Sarah (si pronuncia Sar-AH, con l’accento sull’ultima sillaba) non è mai stato troppo timido nelle sue dichiarazioni. Non lo era stato neanche quando in Guinea, il suo paese d’origine, aveva contestato il dittatore Ahmed Sékou e si era poi ritrovato sulla lista degli oppositori da eliminare, resa pubblica alla morte del tiranno, nel 1984. Dal suo arrivo a Roma nel 2001 il cardinale africano si è fatto strada come portavoce dei tradizionalisti: cattolici romani che privilegiano il mantenimento dell’ortodossia religiosa al compromesso con la modernità. Molti nei più alti ranghi della Chiesa vorrebbero rivedere alcune innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, concluso nel 1965. Le intenzioni del Concilio, secondo loro, sarebbero state male interpretate e distorte. Come segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli Sarah ha riportato la Caritas sotto un più stretto controllo Vaticano e nel 2011 ha silurato il direttore Lesley-Anne Knight, ritenuto troppo liberale. In un recente e divisivo sinodo (o assemblea dei vescovi), convocato dal Papa per discutere di alcune cruciali questioni relative alla famiglia e all’orientamento sessuale, il porporato si è vigorosamente opposto alle aperture. Lo scorso 5 luglio si è spinto più oltre, contestando apertamente Papa Francesco. Infine, parlando in una conferenza a Londra, il cardinale Sarah, che ora presiede la Congregazione per culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha auspicato che i sacerdoti celebrino messa rivolti a oriente, dando cioè le spalle all’uditorio, come si usava nel rito tridentino. Raramente i leader della Chiesa cattolica si scontrano in modo così diretto. Vincent Nichols, cardinale arcivescovo di Westminster, ha scritto al clero della sua diocesi che “Un’istruzione approvata dalla più alta autorità della Chiesa consente ai presbiteri di opporsi alla Congregazione, qualora ciò si renda necessario”. Il Papa ha incontrato il cardinale Sarah il 9 luglio. Subito dopo la Santa Sede ha fatto sapere che le dichiarazioni del cardinale, apparentemente dirette contro le posizioni già ben note della Chiesa e dell’attuale Papa sulla materia, erano state male interpretate. Si è trattato dell’ultimo di una serie di segnali di insofferenza da parte dei conservatori nei confronti di Papa Francesco. Insofferenza che ora sembra sfociare in resistenza aperta. I tradizionalisti rimpiangono il pontificato di Benedetto XVI, il quale si è ritirato in una vita di preghiera tre anni fa. Il 20 maggio scorso una dichiarazione apparentemente sovversiva è stata rilasciata da monsignor Georg Gänswein, che ricopre ora il doppio incarico di segretario personale di Benedetto e di prefetto della Casa Pontificia. Gänswein ha dichiarato che il pontificato è attualmente duale, con un membro attivo (Francesco) e uno contemplativo (Benedetto). Questa settimana masse di giovani cattolici hanno raggiunto Cracovia per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù, esattamente il tipo di evento in cui il geniale, informale Papa Francesco dà il meglio di sé (e allo stesso tempo anche un’occasione in cui può esprimere le sue convinzioni e ottenere l’acclamazione popolare). Un sondaggio d’opinione globale pubblicato a marzo ha mostrato che il numero degli ammiratori di Bergoglio supera di gran lunga quello dei suoi detrattori, in un rapporto di quattro a uno. L’anno scorso l’86% dei cattolici americani ha detto di avere un’opinione favorevole del Papa, e un numero ancora maggiore ha approvato la nuova direzione che egli sta dando alla Chiesa. Finora la grande popolarità di Francesco lo ha tenuto al riparo dalle bordate dei tradizionalisti, ma adesso questa popolarità potrebbe diminuire. Nel 2015 la partecipazione alle udienze papali a Roma si è dimezzata, il che può essere dovuto a cause differenti – non da ultima la paura del terrorismo – ma può anche riflettere dubbi crescenti sull’operato del pontefice, non solo da parte dell’ala più conservatrice del mondo cattolico, ma anche di quella liberale.
Quando Francesco è stato eletto Papa, le speranze di cambiamento dei progressisti si concentravano soprattutto su quattro punti: 1) effettuare un grande riordino del sistema finanziario Vaticano, a lungo criticato per la mancanza di trasparenza e per la facilità di evasione fiscale 2) mettere fine al lungo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi da sacerdoti 3) diminuire il potere di veto dei tradizionalisti, in particolare riguardo al ruolo delle donne nella chiesa 4) introdurre maggiore collegialità e decentralizzare il governo della Chiesa. Cosa è stato realizzato finora? Un successo incontestabile dal Papa è stata la gestione degli istituti di credito vaticani. Il riordino del settore era già iniziato sotto Benedetto XVI, ma Francesco lo ha portato avanti con maggior vigore. A maggio è stato rivelato che due membri della commissione di controllo avevano rassegnato le dimissioni; non molto tempo fa una notizia del genere sarebbe stata ampiamente battuta, stavolta invece è passata praticamente inosservata. I giornalisti accreditati presso la Santa Sede, così come i diplomatici, hanno accettato per buona la spiegazione ufficiale: i due funzionari avevano dovuto lasciare il loro incarico perché in dissenso con le nuove linee guida sulla gestione delle finanze vaticane. Questo dà la misura dell’abilità con cui il Papa (che ha anche creato un nuovo super-dipartimento finanziario con a capo il cardinale australiano George Pell) ha saputo disinnescare la bomba rappresentata dallo status offshore del Vaticano. Quando però si arriva alla questione degli abusi dei sacerdoti sui minori, l’intervento del Papa appare assai meno soddisfacente. “Non comprendo il Santo Padre”, dice Kieran Tapsell. “Ha fatto delle cose straordinarie, ma su questo punto sembra essere miope”. Tapsell, un ex-avvocato ed ex-seminarista australiano, è l’autore di “Potiphar’s Wife”, uno studio sugli aspetti legali dello scandalo, che si concentra in particolare sull’importanza del cosiddetto “segreto pontificio”. Quest’ultimo sostanzialmente impone ai vescovi di non comunicare informazioni su possibili reati gravi commessi dai loro sacerdoti. Soltanto nel 2010 Benedetto XVI aveva finalmente autorizzato i vescovi a riferire i casi di sospetti abusi sui minori alle autorità civili, ma solo se ciò gli fosse stato imposto dalle leggi locali. Poiché tuttavia le vittime degli abusi generalmente non parlano di quanto subito se non da adulte, la maggior parte delle rivelazioni finiva inevitabilmente per riguardare reati commessi molti anni prima. E in ogni caso ben poche denunce di fatti simili sono state finora riportate direttamente alla polizia. A giugno il papa ha approvato nuove norme le quali prevedono tra l’altro la rimozione dei vescovi colpevoli di aver insabbiato gravi delitti commessi dal clero, inclusi gli abusi sui minori. Tapsell le bolla come “Pura propaganda: Francesco dice sostanzialmente ai vescovi che se non denunceranno i fatti alle autorità competenti saranno puniti. Ma il diritto canonico stabilisce che, laddove vige il segreto pontificio i vescovi sono obbligati a nascondere i fatti, e possono essere puniti se non lo fanno”.
Circa la posizione delle donne nella Chiesa, i primi passi del Papa erano stati decisamente più promettenti. Lo scorso anno Francesco ha revocato un’inchiesta, iniziata sotto Benedetto XVI, contro una suora accusata di promuovere idee femministe radicali; a maggio ha invece annunciato una sua inchiesta per studiare la possibilità di ammettere le donne all’ordine diaconale (la diaconia è un ruolo inferiore al sacerdozio, e a differenza di quest’ultimo è aperta anche agli uomini sposati). L’ultimo tentativo in questo senso, già esperito nel 2002, non ha avuto esiti. Le speranze di molti attivisti cattolici si concentrano ora sulla possibilità di vedere alcune donne rivestire incarichi importanti nel campo del laicato, della famiglia, delle attività di contrasto all’aborto. Francesco però non ha ancora usato in questo senso l’ampio potere di cui può disporre. Un esempio: sebbene il diritto canonico stabilisca che solo chi ha ricevuto l’ordine sacerdotale (riservato come sappiamo unicamente ai maschi) possa essere creato cardinale, questa di fatto è una limitazione introdotta di recente visto che fino al 1858 anche i laici accedevano al cardinalato. Se il Papa lo volesse potrebbe modificare nuovamente la norma e proporre quantomeno le superiore generali di alcuni ordini religiosi come cardinali. Lucetta Scaraffia, editorialista de L’Osservatore Romano, il quotidiano vaticano, è stata una delle poche donne invitate a partecipare all’ultimo sinodo. Si dichiara “leggermente contrariata” dalla poca risolutezza del Papa, ma comprende che le sue motivazioni sono come sempre “profondamente spirituali” e che forse sta cercando di sviluppare una nuova teologia su cui fondare la definizione di un nuovo ruolo per le donne nella Chiesa. La Scaraffia sottolinea che “in conformità ad un espresso desiderio del Santo Padre” la celebrazione annuale di Santa Maria Maddalena diventerà una delle festività cattoliche ufficiali, mettendo di fatto l’unica discepola di Gesù allo stesso livello degli apostoli. Il comunicato del Vaticano si è spinto più oltre, dedicando alla donna che annunciò la resurrezione di Cristo un epiteto già usato a suo tempo da San Tommaso D’Aquino: “apostola degli apostoli”.
Lo scandalo degli abusi sessuali e il dibattito sul ruolo delle donne nella Chiesa avevano già caratterizzato le discussioni pre-conclave che portarono poi all’elezione di Papa Francesco. La richiesta più insistente era però stata quella, avanzata dai cardinali arcivescovi, di un maggior coinvolgimento nel processo decisionale unitamente a una semplificazione della burocrazia vaticana (nota come la Curia Romana) e a una limitazione dei suoi poteri. Anche su questo versante ci sono stati incoraggianti segnali in senso riformatore. Francesco ha indebolito il dominio della Curia con il semplice espediente di ignorarla nelle decisioni cruciali. Fonti interne al Vaticano ci hanno rivelato che il Papa, contravvenendo al protocollo, non ha consultato il Segretario di Stato (il quale esercita congiuntamente le funzioni di ministro dell’interno e di ministro degli esteri) prima dello storico e secondo i critici inopportuno incontro con il patriarca ortodosso russo Kirill lo scorso febbraio. Ha scelto di rilasciare la sua prima intervista al periodico gesuita Civiltà Cattolica, anziché al quotidiano ufficiale della Santa Sede, L’Osservatore Romano. E quando è stata pubblicata la sua ultima enciclica Amoris Laetitia l’incarico di presentarla è andato non al supremo teologo del Vaticano Gerhard Müller (Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede), ma a una figura pastorale: il cardinale Christoph Schӧnborn (arcivescovo di Vienna). Il Papa tuttavia non si è sforzato di dare alla Curia un carattere più internazionale (ha invece nominato prelati italiani in quasi tutti i posti chiave) e non ha imposto un limite di mandato ai suoi membri; infine non ha stabilito un vero contrappeso al potere della burocrazia vaticana, benché questo facesse parte delle sue intenzioni iniziali. Subito dopo la sua elezione Francesco ha istituito un consiglio di cardinali, con funzioni consultive. Inizialmente nessuno di questi cardinali proveniva dai ranghi della Curia. Compito del consiglio era semplicemente quello di fornire al Papa indirizzi sul governo della Chiesa universale e di elaborare proposte per una riforma dell’amministrazione centrale. A più di tre anni di distanza il consiglio, che ora include ben tre cardinali di curia, è ancora in funzione. Ha contribuito a riorganizzare la struttura centrale (l’ultima riforma ha riunito in un unico dipartimento tutti gli uffici mediatici del Vaticano) e sta lavorando ad una proposta complessiva di una nuova costituzione per la Curia, da sottoporre all’approvazione del Pontefice. Alcuni però si domandano se Francesco non abbia in qualche modo rinunciato al suo programma di una “schietta decentralizzazione” che aveva esposto nella sua prima enciclica Evangelii gaudium. Il problema è che questo obiettivo contrasta con un altro che sta molto a cuore al Santo Padre: quello delle aperture a livello dottrinale. I dibattiti svoltisi durante il sinodo del 2014 e quello del 2015 hanno rivelato una gerarchia più divisa e più conservatrice di quanto si potesse immaginare. I cattolici oggi vivono in maggioranza nei paesi in via di sviluppo e, particolarmente in Africa, preferiscono un cristianesimo muscolare e saldo nei principi. Il sinodo, rivelando attitudini tradizionaliste, ha annacquato le proposte per un approccio più inclusivo nei confronti delle persone omosessuali e ha bocciato l’ipotesi di consentire la comunione ai divorziati risposati.
Il sinodo, così come il consiglio dei cardinali, ha un ruolo meramente consultivo, perciò Francesco potrebbe in linea di principio ignorarlo e in un certo senso lo ha già fatto. Amoris Laetitia è stata una risposta alle deliberazioni sinodali e ha espresso posizioni di grande apertura verso i divorziati risposati: “E’ possibile che, in una situazione oggettiva di peccato, una persona possa comunque vivere in grazia di Dio…e a questo fine ricevere anche l’aiuto della Chiesa”. In una nota a margine che ha fatto infuriare i tradizionalisti ha aggiunto: “Questo potrebbe includere il sostegno dei sacramenti”. Forse non si sarebbe potuto spingere più in là senza correre il rischio di spaccare la Chiesa.
Robert Mickens, direttore di “Global Pulse”, un sito cattolico, teme che l’approccio tollerante e inclusivo di Papa Francesco possa essere sconfessato dal suo successore. Sempre che Francesco non riesca a mettere in piedi nuove strutture. Mickens pensa però che “il Papa stia cercando di prendere tempo per cambiare la mentalità all’interno e all’esterno della Chiesa. Ha sempre affermato che creare solo nuove strutture senza ottenere nuove conversioni non porterà da nessuna parte”. Francesco potrebbe non avere molto tempo dalla sua. Verso la fine del 2016 compirà ottant’anni. E, come ci dice un vaticanista di lungo corso, è possibile che solo nella fase finale del suo pontificato arrivi la risposta alla domanda fondamentale: “E’ un riformatore abile e intelligente? Oppure è semplicemente bloccato?”
 
 
 
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