Dall'Economist, l'avanzata dei populismi - di Francesco Pasetto
domenica, 11 settembre 2016 politica
 
Il numero del 30 luglio dell’Economist ha dedicato un articolo sull'avanzata dei populismi: “The new political divide”. Qui possiamo leggerne una traduzione in italiano, grazie al lavoro di Francesco Pasetto.
 
I nuovi schieramenti politici
Addio alla vecchia contrapposizione destra/sinistra. Oggi la sfida è tra integrazione e isolamento.
 
Per la loro spettacolarità le conventions dei due grandi partiti americani non hanno eguali tra le adunate politiche. Attivisti di destra e di sinistra si riuniscono per acclamare i loro rispettivi candidati e celebrare i valori del conservatorismo (se repubblicani) o del progressismo (se democratici). Quest’anno però lo scenario è differente, e non soltanto perché Hillary Clinton è stata la prima donna ad ottenere la nomination di un partito maggioritario. Le due conventions hanno infatti evidenziato l’esistenza di un nuovo spartiacque nella politica: non più tra destra e sinistra, ma tra globalisti ed isolazionisti. Donald Trump, il candidato repubblicano, ha già arringato un versante dello schieramento dichiarando, con l’abituale sfrontatezza, che “L’americanismo, e non più il globalismo, sarà il nostro credo”. Alle sue filippiche contro il libero commercio hanno fatto eco affermazioni analoghe dei sostenitori di Bernie Sanders nel campo democratico. Questo fenomeno non interessa soltanto l’America. In Europa i politici più in ascesa sono coloro che dipingono il mondo globalizzato come una realtà pericolosa e negativa, contro cui ogni nazione previdente dovrebbe saggiamente difendersi innalzando opportune barriere. Questo genere di argomentazioni ha contribuito all’elezione di un governo ultranazionalista in Ungheria e alla recente formazione in Polonia di un esecutivo che propone un mix trumpiano di xenofobia e scarso rispetto per i diritti costituzionali. I partiti autoritari e populisti, di destra e di sinistra, raccolgono oggi in Europa circa il doppio del consenso di cui godevano nel 2000, e sono al governo o all’interno di una coalizione governativa in ben nove paesi dell’Unione. Il più grande successo degli anti-globalisti è stata ovviamente la decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea; il voto di giugno con il quale il Regno Unito ha scelto di chiamarsi fuori dallo spazio di libero scambio più grande e di maggior successo del mondo è stato vinto facendo cinicamente leva sugli istinti più isolazionisti dell’elettorato inglese e creando una spaccatura all’interno dei due partiti maggioritari. Nuovi avvenimenti che sembrano voler portare acqua al mulino degli anti-globalisti si verificano oramai con cadenza quasi quotidiana. Il 26 luglio due uomini che hanno rivendicato la loro affiliazione allo Stato Islamico hanno sgozzato un sacerdote cattolico di 85 anni in una chiesa nei pressi di Rouen. E’ stata solo l’ultima di una serie di atrocità commesse dai terroristi in Francia e in Germania. Il rischio è che un crescente senso di insicurezza possa rafforzare il sostegno alle forze contrarie all’integrazione. Si tratta del più grave pericolo per il mondo libero dalla caduta del comunismo. Niente in questo momento è più importante che opporvisi.
Cominciamo con il considerare la posta in gioco. Il sistema multilaterale di istituzioni, regole ed alleanze guidato dagli Stati Uniti d’America, ha sostenuto la prosperità globale per settant’anni. Ha reso possibile la ricostruzione dell’Europa nel secondo dopoguerra, ha portato alla liquidazione dell’oppressivo sistema comunista e, con l’integrazione del mercato cinese nell’economia globale, ha di fatto realizzato il più grande abbattimento della soglia di povertà nella storia. Un mondo fatto di barriere e di steccati sarebbe senz’altro un posto più povero, e certamente più pericoloso. Se l’Europa dovesse dividersi in tante schegge rissose e l’America tornare a ritirarsi in uno splendido isolamento, potenze assai meno benevole potrebbero candidarsi a riempire il vuoto creatosi. La recente dichiarazione con la quale Trump ha fatto intendere che gli USA potrebbero non difendere più i propri alleati baltici in caso di minaccia russa è stata gravemente irresponsabile. L’America tramite il trattato della NATO si è impegnata a considerare ogni attacco contro un qualsiasi stato membro come un attacco rivolto contro l’intera alleanza. Ora, se Trump può tranquillamente farsi beffe di un trattato internazionale, come potrebbero gli altri alleati continuare ad aver fiducia negli Stati Uniti? Senza neanche essere stato eletto, il candidato repubblicano ha imbaldanzito i catastrofisti di tutti i paesi. Qualcuno sospetta (a ragione) che il magnate statunitense sia sostenuto da Vladimir Putin. Gli anti-globalisti hanno già provocato danni considerevoli. La Gran Bretagna si va dirigendo verso una probabile recessione grazie alla prospettiva della Brexit. L’Unione Europea dal canto suo sta traballando: se i francesi l’anno prossimo dovessero eleggere la candidata nazionalista Marine Le Pen come loro nuova presidente e quindi decidere di seguire l’esempio dei britannici e uscire, l’UE crollerebbe. Trump sta erodendo la fiducia nelle istituzioni globali con la stessa certosina efficacia con cui in America le sue slot-machines divorano i portafogli dei giocatori d’azzardo. Con la prospettiva della più grande economia del mondo guidata da un presidente intenzionato a bloccare nuovi accordi commerciali, stralciare quelli esistenti e bypassare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ogni volta che questa non gli concederà ciò che chiede, nessun investitore internazionale potrà guardare al 2017 con ottimismo.
Sconfiggere i costruttori di steccati richiederà una maggiore capacità argomentativa, politiche più coraggiose e strategie più innovative ed efficaci. La capacità persuasiva prima di tutto. I difensori di un mondo aperto hanno bisogno di perorare la loro causa senza esitazioni. Devono ricordare agli elettori americani i motivi per cui la NATO è importante per l’America, e a quelli europei i motivi per cui  l’Unione Europea è importante per l’Europa. Hanno il compito di spiegare perché il libero commercio e l’apertura internazionale arricchiscono una società e perché la cooperazione è indispensabile al fine di combattere efficacemente il terrorismo. Troppi sostenitori della globalizzazione sono ancora sulla difensiva e molti vanno addirittura blaterando di un “nazionalismo responsabile”. Solo un manipolo di politici, come Justin Trudeau in Canada ed Emmanuel Macron in Francia, ha avuto abbastanza coraggio da schierarsi per l’apertura e l’integrazione a tutti i livelli. Chi condivide apertamente questa visione deve poi concretamente battersi per essa.
I politici favorevoli all’integrazione devono però anche essere in grado di intervenire là dove la globalizzazione produce delle innegabili criticità. Il libero commercio crea molti esclusi, e l’immigrazione massiva può deteriorare delle comunità. Nondimeno, il modo migliore per affrontare simili problemi non consiste nell’innalzare nuove barriere, ma  nell’implementare politiche più energiche che possano mantenere intatti i vantaggi dell’integrazione minimizzandone al contempo gli effetti collaterali. Facciamo quindi circolare liberamente beni ed investimenti ma parallelamente rafforziamo la rete di sicurezza sociale in modo da offrire sostegno e nuove opportunità a coloro che hanno perso il lavoro. Per gestire al meglio l’immigrazione investiamo in infrastrutture pubbliche, facciamo in modo che i nuovi venuti lavorino e stabiliamo nuove opportune regole per limitare l’eccessivo afflusso i migranti (analogamente alle regole che nel commercio internazionale consentono agli stati di limitare l’eccesso di importazioni), ma per favore non confondiamo il corretto governo della globalizzazione con il rifiuto o l’abbandono della globalizzazione.
Infine, le strategie politiche. Per i globalisti, che sono collocati su entrambi i versanti dei due tradizionali schieramenti politici destra/sinistra, il problema è principalmente come riuscire a vincere. L’approccio migliore varierà da pese a paese. Nei Paesi Bassi e in Svezia, i partiti di centro si sono coalizzati per escludere i nazionalisti. Un cartello elettorale di questo tipo si rese necessario nel 2002 in Francia per sconfiggere il leader del Front National Jean-Marie Le Pen al ballottaggio delle presidenziali e potrebbe doversi ripetere il prossimo anno per sconfiggere la figlia. La Gran Bretagna potrebbe aver bisogno di un nuovo partito di centro. In America, dove maggiore è la posta in gioco, la soluzione deve essere individuata tenendo conto delle strutture partitiche esistenti. I repubblicani che sono intenzionati ad opporsi agli anti-globalisti dovrebbero turarsi il naso e votare per la Clinton. E dal canto suo la signora Clinton, ora che ha ottenuto la nomination, dovrebbe sostenere con maggior vigore i valori dell’integrazione anziché tentennare. La scelta di Tim Kaine, un globalista bilingue (parla spagnolo) come candidato vicepresidente è un buon segno, ma le urne sono pericolosamente vicine. Il futuro dell’ordine mondiale liberale dipende dalla vittoria dell’ex first lady.
 
BRIEFING-Politica e globalizzazione
Sollevare o abbassare il ponte levatoio?
Il nuovo spartiacque nei paesi sviluppati non sarà più tra destra e sinistra ma tra apertura e chiusura
 
CLEVELAND, LINZ, PARIGI, ROMA, TOKYO, VARSAVIA- L’attuale governo Polacco è di centrodestra o di centrosinistra ? I suoi membri si professano devoti cattolici, assicurano di voler proteggere i propri concittadini dal terrorismo internazionale impedendo l’ingresso nel territorio polacco di qualsiasi rifugiato musulmano e lanciano strali contro la cosiddetta “ideologia di genere” (da intendersi secondo loro come il principio per cui un uomo può diventare donna o sposare un altro uomo). Allo stesso tempo però il partito Diritto e Giustizia oggi al potere si schiera contro le banche e le grandi imprese straniere, e vuole innalzare l’età pensionabile nonostante il rapido invecchiamento della popolazione. Offre assegni a sostegno del reddito delle famiglie con più di un bambino; questi saranno in parte coperti grazie al gettito di una tassa sui grandi supermercati che però, il governo assicura, non determinerà un aumento dei prezzi nei piccoli esercizi commerciali. “La vecchia divisione tra destra e sinistra oramai è sparita in questo paese” lamenta Rafal Trzaskowsky, un esponente liberale. Diritto e Giustizia di fatto si appropria di tutte le politiche popolari dei vari partiti e le amalgama in una miscela dal sapore nazionalista. Il governo che esprime è praticamente il primo nell’era post-comunista a guardare con sospetto gli outsider (benché allo stesso tempo sostenga entusiasticamente i diritti dei polacchi che lavorano in Gran Bretagna). Da Varsavia a Washington la contrapposizione che oggi caratterizza i sistemi politici è sempre meno quella tra “destra” e “sinistra”, e sempre più quella tra isolamento e integrazione. Certo, gli abituali dibattiti tra conservatori favorevoli ai tagli fiscali e socialdemocratici sostenitori della spesa pubblica hanno ancora senso,  ma sono le tematiche trasversali ai vari partiti mainstream ad assumere  sempre più peso. Dobbiamo accogliere i migranti o cercare di tenerli fuori dai confini? Conviene aprirsi al commercio estero o privilegiare piuttosto le industrie nazionali? Bisogna abbracciare il cambiamento culturale in atto oppure contrastarlo? Nel 2005 Stephan Shakespeare, direttore inglese di YouGov, un sito di opinione, ha osservato: Ci dividiamo in due tipologie: quella del “ponte levatoio sollevato” e quella del “ponte levatoio abbassato”. Credete che la vostra vita sia resa più complicata da criminali, zingari, fannulloni, richiedenti asilo e burocrati di Bruxelles? O credete piuttosto che esista un mondo grande e meraviglioso là fuori, pieno di gente buona, se solo fossimo tutti in grado di accoglierci e abbracciarci? Le sue parole devono essere suonate profetiche lo scorso giugno, quando la Gran Bretagna ha tenuto un referendum per decidere se rimanere o meno nell’Unione Europea. Le leaderhip dei principali partiti politici erano a favore del remain così come le grandi élite finanziarie, economiche e accademiche, ma i brexiteers hanno vinto ugualmente, rivelando quanti elettori rientrassero in realtà nella tipologia del “ponte levatoio alzato”: molti di essi volevano “riprendere il controllo” dei loro confini e  istituzioni usurpato da Bruxelles, e limitare il flusso di migranti e rifugiati. Brexiteers conservatori che vedono nell’Unione Europea una sorta di superstato socialista hanno unito le loro forze con quelle dei progressisti che invece la considerano uno strumento al servizio del capitalismo internazionale. Una faglia simile si è aperta in altre parti d’Europa. In Polonia e in Ungheria i “sollevatori di ponti” sono saldamente al potere; in Francia Marine Le Pen per cui “antiglobalista” è sinonimo di “patriota”, arriverà probabilmente al secondo turno delle presidenziali il prossimo anno. Nella Svezia dell’accoglienza e del welfare un movimento nazionalista, Democratici Svedesi, ha sfondato alle ultime elezioni, obbligando i partiti tradizionali ad adottare politiche più severe nei confronti dei richiedenti asilo. Persino in Germania molti temono che l’immigrazione massiccia possa danneggiare l’efficiente rete di sicurezza sociale. “All’interno del proprio paese è possibile costruire un unico sistema di welfare” dichiara Sahra Wagenknecht, dirigente di Die Linke, una formazione di sinistra. In Italia, dopo il voto sulla Brexit, il leader del partito populista Lega Nord ha twittato: “Adesso è il nostro turno”. In Giappone non esiste ancora un grande partito anti-immigrazione, principalmente perchè il numero degli immigrati è molto esiguo. Gli anni recenti però hanno visto la crescita di Nippon Kaigi, una lobby nazionalista, che vorrebbe riscrivere la costituzione pacifista del paese e ispirare maggiormente il sistema di istruzione ai valori patriottici; metà dei membri del governo nipponico sono suoi membri.
In America il partito classicamente portabandiera del libero commercio e di un forte ruolo globale per le forze armate ha appena designato alfiere dei suoi valori un personaggio che si propone di scavalcare gli accordi commerciali e disonorare le alleanze. “L’americanismo, e non il globalismo, sarà il nostro credo” afferma Donald Trump. Le posizioni di Trump sul libero scambio sono vicine a quelle del suo supposto antagonista, Bernie Sanders, l’eccentrico progressista che ha perso di misura la nomination del Partito Democratico a favore di Hillary Clinton. E la stessa Clinton, malgrado sia stata la più globalista tra i candidati in lizza, si è poi spostata verso le posizioni di Trump e Sanders sul libero scambio e ora contesta alcuni accordi commerciali che prima invece sosteneva. Timbro, un think-thank liberista Svedese, ha compilato un elenco di quelli che definisce “populismi autoritari”, elenco che rende palese la forza degli antiglobalisti in tutta Europa. L’inchiesta di Timbro ha rilevato come circa un quinto degli europei sostenga un partito populista, di destra o di sinistra. I populisti sono attualmente al governo in nove paesi dell’Unione, e hanno quasi raddoppiato i loro voti dal 2000 ad oggi. Nei paesi del Sud Europa la crisi dell’Euro e l’austerità hanno ravvivato il populismo di sinistra, mentre in quelli del Nord Europa sembrano aver favorito i partiti euroscettici di destra. I populisti ostili all’integrazione si differenziano da paese a paese, ma la maggioranza mostra alcuni tratti comuni. Al di là dello scetticismo verso libero commercio e immigrazione, tutti si contrappongono alle rispettive élite nazionali, invariabilmente descritte come autoreferenziali. “I britannici ne hanno abbastanza di esperti” dichiara Michael Gove, uno dei leader della campagna pro-Brexit. La scorsa settimana Trump ha detto che le élite sostengono la Clinton perché “Sanno che manterrà inalterato il sistema: lei è la marionetta delle lobby, e sono loro a manovrare i fili”. La sfiducia verso le classi dirigenti spesso si intreccia con le varie teorie del complotto. Il ministro della difesa polacco ritiene che Lech Kaczynsky, il presidente morto in un incidente aereo nel 2010, possa essere stato assassinato. Trump continua ad alludere a “fatti innegabili” che sarebbero stati volutamente stralciati da giornali e notiziari, mentre in Grecia Panos Kammenos, un membro della coalizione di governo, sospetta che i suoi connazionali siano intossicati da sostanze psicotrope contenute nelle scie chimiche degli aeroplani. Più o meno tutti i partiti antiglobalisti affermano che il loro paese è in crisi e cercano di dimostrarlo con storie semplici e terrificanti che ovviamente riguardano quasi sempre gli stranieri. In Polonia per esempio Diritto e Giustizia accusa i decadenti liberali occidentali di attentare ai valori tradizionali polacchi (ultimamente una rivista è uscita col seguente titolo di copertina: “La Polonia contro l’Impero Gay”) ed evoca la minaccia del terrorismo islamico, che a dire la verità non ha ancora mai ucciso nessuno in quel paese dal crollo dell’Impero Ottomano ma che potrebbe presto farlo “se il governo non starà all’erta”. Il precedente esecutivo polacco, guidato da Piattaforma Civica (un partito d’ispirazione liberaldemocratica), aveva accettato lo scorso anno di accogliere un limitato numero di rifugiati dal Medio Oriente – 7000 in tutto – in segno di solidarietà con gli altri stati membri dell’UE; Diritto e Giustizia ha accusato Piattaforma Civica di aver messo sconsideratamente a rischio la vita dei cittadini polacchi e gli elettori hanno reagito bocciando i liberaldemocratici alle urne. La recente serie di attacchi terroristici in Francia, Belgio e Germania ha rinvigorito il sostegno agli antiglobalisti di tutta Europa. Durante la festa del 14 luglio un jihadista alla guida di un camion ha ucciso 84 persone a Nizza: il 26 luglio due uomini presumibilmente affiliati allo Stato Islamico hanno sgozzato un sacerdote cattolico di 85 anni mentre celebrava messa in una chiesa vicino Rouen. Questi assalti a due simboli della cultura francese – la festa della Rivoluzione e la religione maggioritaria, per quanto declinante – hanno costretto il presidente François Hollande a dichiarare “guerra all’ISIS”. “Nessuno può dividerci” ha tuonato il presidente cui ha risposto prontamente su twitter  Marine Le Pen: “Ahimè @fhollande si sbaglia. I fondamentalisti islamici non vogliono affatto dividerci, vogliono ucciderci”. I “sollevatori di ponti” europei avrebbero molto apprezzato la convention Repubblicana di Cleveland, dove la settimana scorsa il team di Trump ha messo a punto un nuovo copione per il partito di Lincoln. Parlando tramite collegamento video Kent Terry e Kelly Terry-Willis hanno descritto l’uccisione di loro fratello Brian, un agente di dogana, in una sparatoria in Arizona. Subito dopo tre genitori hanno raccontato ai presenti l’assassinio dei loro bambini ad opera di immigrati clandestini. Non c’è nessuna evidenza che gli immigrati clandestini commettano più delitti dei cittadini ordinari, ma questo non ha impedito al signor Trump di accusare Barack Obama di “aver sacrificato queste giovani vittime sull’altare delle frontiere aperte”
Lasciando da parte per un attimo il carisma personale del signor Trump vediamo che il successo dei partiti anti-integrazione in così tanti paesi è sostenuto principalmente da due fattori: la delocalizzazione economica e il cambiamento demografico.
In primo luogo la delocalizzazione economica. Secondo il McKinsey Global Institute, un altro think-thank, circa il 65-70% dei nuclei familiari nei paesi industrializzati ha visto il proprio reddito diminuire o stagnare nel periodo 2005-2014, mentre nel periodo 1993-2005 la percentuale non aveva superato il 2%. Naturalmente, se si considerano anche gli effetti dei tagli fiscali e gli investimenti pubblici, il quadro appare decisamente meno fosco: solo il 20-25% delle famiglie ha visto il proprio potere d’acquisto declinare o non crescere. Si deve anche tener conto delle varie innovazioni tecnologiche, che hanno reso la vita più semplice e soddisfacente. Malgrado ciò è innegabile che nei paesi sviluppati molti lavoratori (soprattutto impiegati e subordinati) si sentano fortemente sotto pressione Tra gli elettori che hanno votato a favore della Brexit la percentuale di quelli che ritengono la qualità della vita peggiorata rispetto a 30 anni fa supera del 16% quella di coloro che pensano il contrario; solo il 46% dei Remainers dal canto suo si è definito ottimista. Il RealClearPolitics mostra come un sorprendente 69% di americani ritenga che il proprio paese sia sulla strada sbagliata; solo il 23% pensa invece che si trovi sul binario giusto. Molti accusano la globalizzazione dei loro disastri economici, e in non pochi hanno ragione. Per quanto l’apertura dei mercati abbia beneficato la maggior parte degli stati e delle rispettive popolazioni, la nuova ricchezza prodotta non è stata redistribuita adeguatamente. Per molti colletti blu il vantaggio di avere a disposizione beni d’acquisto migliori e più economici è stato ben poca cosa rispetto alle perdite di posti di lavoro nelle industrie poco competitive. Per alcune città che erano un tempo fiorenti distretti industriali l’impatto della globalizzazione è stato devastante (si veda ad esempio il caso di Blackburn, nel Regno Unito). L’insicurezza economica ha portato anche un aumento della percezione dei rischi sociali e culturali. Dove c’è una grande offerta di buoni posti di lavoro ben pochi accusano gli immigrati e il mercato globale di essere i responsabili della disoccupazione. Si comprende quindi la divaricazione tra i giovani laureati, fiduciosi nella loro capacità di gestire le sfide in atto, e la fascia meno scolarizzata della popolazione. Prendiamo in considerazione l’Austria, dove il ballottaggio presidenziale previsto per il 2 ottobre prossimo vedrà contrapporsi Norbert Hofer dell’euroscettico, xenofobo e protezionista Partito della Libertà (FPӦ)  e il candidato pro-globalizzazione dei Verdi, Alexander van der Bellen. A Linz, una città industriale sul Danubio il quartiere centrale del Kaplanhof è pieno di startup e di aziende tecnologiche che hanno riempito vecchie fabbriche dismesse e depositi abbandonati. Qui la globalizzazione ha significato nuovi clienti e nuove opportunità; i messaggi pro-integrazione sono facilmente compresi e condivisi. Van Der Bellen spiega ad una folla plaudente: “Non dimentichiamoci che in Austria un lavoro su due è legato direttamente o indirettamente al commercio con l’estero”. Due miglia più a sud si apre uno scenario completamente diverso: il Franckviertel, distretto periferico di Linz. Alte ciminiere di impianti chimici s’innalzano su un paesaggio di vecchie ferrovie dismesse. Le strade abbondano di mercerie a prezzi stracciati e noleggi video dove non entra nessuno. Qui globalizzazione è sinonimo di degrado. Come il Kaplanhof, il Franckviertel ha una sovrabbondanza di stranieri (32% dei residenti), ma questi appartengono perlopiù alla categoria meno ricca e qualificata: africani e afghani, attratti qui dal basso costo degli affitti. L’afflusso massiccio di questo tipo di migranti ha suscitato ostilità: “Il problema sono i marocchini. Stuprano, spacciano droga. Avete visto com’è ridotta la stazione dei treni?” accusa Peter, “nato e cresciuto a Linz”, mentre aspetta la corriera per il centro della città. Da queste parti è assai probabile che vincerà Hofer. Questa divisione è inedita nello scenario politico della Repubblica Austriaca, dominato per decenni da due partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, che hanno entrambi lavorato per cercare di conciliare al loro interno la componente localista e quella globalista. Al primo turno delle presidenziali di quest’anno hanno ottenuto solo il 22,4% dei consensi e sono stati tagliati fuori dal ballottaggio.
Il secondo fattore che porta acqua al mulino dei costruttori di steccati è la crisi demografica. I paesi industrializzati hanno oggi le società meno fertili della storia umana. In 33 delle 35 nazioni dell’OCSE i nuovi nati sono troppo pochi per mantenere stabile il livello della popolazione locale. Così, mentre i nativi invecchiano e il numero delle nuove nascite crolla, gli immigrati provenienti dalle aree povere del pianeta arrivano pronti a raccogliere le fragole nei campi, scrivere software e soprattutto riempire le culle. L’immigrazione su vasta scala ha portato un cambiamento culturale che molti nativi apprezzano – il cibo etnico, i vivaci centri delle metropoli – ma di cui molti altri percepiscono solo gli effetti negativi. Ciò tuttavia non ci consente di definire questi cittadini dei “razzisti”. Come ha sottolineato Jonathan Haidt in The American Interest, una rivista trimestrale, molti occidentali patriottici ritengono la propria identità nazionale e la propria cultura uniche e perciò meritevoli di essere preservate. Alcuni certo considerano la propria nazione “superiore” a tutte le altre, ma molti la amano per la stessa ragione per cui si può amare il proprio partner o il proprio coniuge: perché è il nostro. Haidt sostiene che l’immigrazione tendenzialmente non provoca grossi conflitti sociali fintantoché rimane limitata e gli immigrati si integrano rapidamente:
Quando i migranti sono ben disposti ad abbracciare la lingua, i valori e i costumi del paese che li ospita, questo rafforza l’idea patriottica che la loro nazione sia una terra grande, ricca e attraente per gli stranieri. Ma se uno stato subisce storicamente alti livelli di immigrazione da paesi con sistemi culturali molto diversi e non si dota di un sistema di assimilazione forte ed efficace , è praticamente certo che ci sarà una contro-reazione autoritaria. Molte nazioni europee sono riuscite con difficoltà ad integrare i nuovi venuti e questo ha inciso negativamente sulla pubblica opinione. Alla domanda se la presenza di un numero crescente di persone di etnie differenti costituisca o meno un arricchimento per il paese, soltanto il 10% dei Greci e il 18% degli italiani risponde affermativamente. Anche nei paesi tradizionalmente più cosmopoliti come la Svezia e il Regno Unito solo il 36% e il 33% ha risposto nello stesso modo. Negli Stati Uniti invece un ampio 58% ritiene che la diversità etnico-culturale sia un valore aggiunto (il 7% è di avviso contrario mentre il 35% non ha un’opinione ben definita). La maggior parte dei migranti in America trova un lavoro regolare, e quasi tutti parlano inglese a partire dalla seconda generazione. Al di là degli spauracchi agitati da Trump, la storia recente delle relazioni interetniche nella repubblica a stelle e strisce è una storia di successo; un successo che tuttavia non può essere garantito in eterno, perché in un certo senso l’America si sta addentrando in acque inesplorate. L’anno scorso, per la prima volta in tre secoli, i bianchi cristiani sono divenuti minoranza. Dal 2050 i bianchi in generale non saranno più la maggioranza della popolazione. Il gruppo che sta digerendo con più difficoltà questa trasformazione demografico – vale a dire i lavoratori bianchi senza istruzione secondaria – costituisce lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump. I bianchi americani, come tutti i gruppi etnici egemoni, mal sopportano di sentirsi ripetere costantemente che sono dei privilegiati. Per i metalmeccanici licenziati ad esempio non è affatto così; non amano essere accusati di “razzismo” se si oppongono alle affirmative actions o di “microaggressioni” quando dicono che l’America non è più una terra di opportunità. Un istituto di sondaggi rileva che il 67% dei bianchi americani (83% tra i supporter di Trump) pensa che “la gente in questo paese si indigni troppo facilmente su questioni linguistiche”.
Che cosa possono fare a questo punto i “costruttori di ponti” ? In primo luogo implementare politiche che distribuiscano in modo più gequo i benefici della globalizzazione. Nel frattempo, e a seconda dei rispettivi quadri politici nazionali, possono affidarsi a diverse strategie. In Svezia, Francia e Paesi Bassi i partiti tradizionali hanno costituito alleanze tattiche per sbarrare ai nazionalisti la strada verso il potere; sono infine riusciti nel loro intento a costo di far infuriare i loro avversari, che si sono sentiti trattati dall’establishment come i monelli da tenere a bada. In aggiunta o in alternativa a questo i politici mainstream si sono frequentamente appropriati di temi cari ai nazionalisti. In Gran Bretagna, per esempio, i leader conservatori hanno adottato una linea sull’immigrazione ancora più dura di quella che avrebbero auspicato i loro compagni di partito più moderati; il nuovo primo ministro Theresa May è stata l’architetto di questa politica. In America l’ambivalenza della signora Clinton sul commercio internazionale è stata una pragmatica concessione all’ala protezionista del suo partito: adesso l’ex first lady contesta alcuni accordi commerciali che lei stessa aveva contribuito a negoziare. Ben pochi  hanno cercato di argomentare con convinzione che il libero scambio e un’immigrazione ben regolata migliorano le condizioni generali della popolazione. Emmanuel Macron, ministro dell’economia di Francia, dice che forse è ora di cominciare a farlo. Macron sostiene che i “costruttori di ponti” che si collocano in maniera trasversale nei vari partiti francesi hanno molti più punti in comune tra di quanti non ne abbiano col Front National, e ha fondato un nuovo movimento politico. Qualcuno fa notare con realismo che, se i partiti si dividessero chiaramente in un blocco globalista e in uno nazionalista, ciò rafforzerebbe la legittimità dei nazionalisti che a quel punto potrebbero prevalere. Fandonie, secondo Marcon. “Guardiamo ai fatti”- dice - “In Francia il Front National è già diventato il primo partito alle elezioni regionali. Oramai non è più un rischio: è una realtà”.
Malgrado in questo momento il vento soffi indubbiamente a favore degli antiglobalisti, il tempo lavora contro di loro. I giovani elettori, tendenzialmente più istruiti degli anziani, hanno attitudini più cosmopolite. Un sondaggio in Gran Bretagna ha mostrato che il 73% dei votanti compresi nella fascia d’età 18-24 ha barrato la casella del remain contro solo il 40% degli over 65. I millennial sono quasi ovunque più aperti dei loro genitori e nonni riguardo all’immigrazione, ai temi etici e ai comportamenti personali. Bobby Duffy di Ipsos Mori, un istituto di ricerca, prevede che manterranno le loro opinioni progressive anche andando avanti con l’età. Spostandosi di città in città per trovare nuovi lavori, questi ragazzi sono cresciuti abituandosi all’eterogeneità e al pluralismo. Se il referendum britannico si tenesse fra dieci anni i remainers lo vincerebbero a mani basse mentre un candidato come Trump potrebbe incontrare serie difficoltà già nel 2024. Nel frattempo però i costruttori di steccati possono fare gravi danni.
Il principio per cui il libero scambio può rendere il mondo più ricco, la tolleranza che ha reso possibile a milioni di individui di spostarsi in cerca di nuove opportunità, l’idea che persone di differenti culture e fedi possano convivere: tutto questo è in pericolo. Un mondo di muri e di recinzioni sarebbe senz’altro meno prospero, e più cupo.
 
 
 
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