Dall'Economist, due articoli sulle banche italiane - di Francesco Pasetto
domenica, 17 luglio 2016 primo piano
 
 
Il numero del 9 luglio dell’Economist ha dedicato, oltre alla copertina, due interessanti articoli sulla situazione economica e delle banche del nostro Paese: “The Italian job” e “Crisis and opportunity”. Qui possiamo leggerne una traduzione in italiano, grazie al lavoro di Francesco Pasetto.
 
IL CASO ITALIANO
Perché il traballante sistema bancario italiano potrebbe segnare l’inizio della prossima crisi europea
 
Gli investitori della piazza globale sono estremamente  inquieti. Questa settimana i rendimenti di vari titoli di stato decennali sono precipitati al livello più basso di sempre; i possessori di buoni del tesoro cinquantennali svizzeri ad esempio si preparano ad accettare un rendimento particolarmente negativo. Parte di questa inquietudine dei mercati ha origine, com’è ovvio, nella decisione britannica di precipitarsi in un percorso incerto e sconosciuto al di fuori della UE. La sterlina, che ha subito la peggiore svalutazione in 31 anni rispetto al dollaro, è ancora in caduta libera; numerosi fondi immobiliari commerciali hanno sospeso i pagamenti  mentre il valore del loro capitale precipita . Ma la Brexit non basta da sola a spiegare le attuali fibrillazioni economiche. Una nuova, e potenzialmente più pericolosa minaccia finanziaria, incombe sull’altro versante della Manica, dove gli investitori italiani si stanno barcamenando (in modo piuttosto maldestro) sull’orlo di una crisi bancaria.
Il sistema economico italiano è il quarto più grande d’Europa e allo stesso tempo uno dei più deboli del Continente. Il debito pubblico ammonta al 135% del PIL; il tasso di occupazione degli adulti è il più basso di qualsiasi altro paese europeo esclusa la Grecia. L’economia è stata moribonda per anni, soffocata da un eccesso di regolazione e da una flebile produttività. Da anni alle prese con stagnazione e deflazione, le banche italiane stanno ora attraversando un momento decisamente grave: su di loro grava l’importo di circa 360 bilioni di Euro (400 bilioni di dollari) di “prestiti inaciditi”, l’equivalente di un quinto del PIL nazionale. Complessivamente le banche italiane sono state finora in grado di mettere a disposizione solo il 45% di questo importo.  Nella migliore delle ipotesi le deboli banche italiane soffocheranno la ripresa del Paese; nella peggiore alcune di loro falliranno. Non stupisce che molti investitori abbiano abbandonato il mercato finanziario italiano.  Le azioni dei principali istituti di credito dell’Italia hanno perduto circa la metà del loro valore dalla fine di aprile ad oggi; un trend che si è naturalmente intensificato dopo il voto sulla Brexit. Al momento la preoccupazione principale e più impellente riguarda la solvibilità del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del mondo. Diversi e ripetuti tentativi di risanarla sono andati a vuoto: la banca attualmente è quotata circa un quinto del suo valore contabile, una stima che potrà ulteriormente peggiorare in seguito ad uno “stress test” che sarà condotto dalla Banca Centrale Europea verso la fine di luglio. Le dimensioni del sistema bancario italiano bastano già da sole a rendere estremamente preoccupante la crisi degli istituti di credito del Belpaese, crisi che in ogni caso evidenzia ed esemplifica egregiamente le principali criticità strutturali dell’Eurozona:  la tensione tra le regole di Bruxelles e le esigenze delle politiche nazionali, e il conflitto tra paesi debitori e paesi creditori. Entrambe sono la (colpevole)conseguenza di riforme finanziarie ritardate, incomplete e in molti casi solo abbozzate. Se gestita malamente, la crisi italiana potrebbe trasformarsi nella rovina dell’Eurozona.
 
L’Italia ha urgentemente bisogno di una grande e risoluta azione di risanamento bancario. Poiché i capitali privati sono in fuga dal Paese e i fondi di salvataggio delle banche sono già stati largamente usati, questa azione di risanamento richiederà necessariamente un’iniezione di liquidità da parte del governo. Una simile operazione però è politicamente impossibile. Le nuove regole dell’Eurozona stabiliscono infatti che non si possa procedere al salvataggio di una banca qualora i suoi creditori obbligazionari non abbiano sostenuto per primi  le relative perdite. Il principio di far gravare il costo del salvataggio bancario ai correntisti, agli azionisti e agli obbligazionisti anziché al contribuente è in sé corretto e condivisibile. Occorre tuttavia tenere presente che nella maggior parte dei paesi europei i titolari delle azioni e delle obbligazioni bancarie sono perlopiù grandi istituti finanziari, solitamente  ben consapevoli dei rischi e quindi perfettamente in grado di far fronte alle perdite. Ma in Italia, a causa di una peculiarità della legislazione tributaria, circa 200 bilioni di Euro di titoli azionari ed obbligazionari sono detenuti da “retail investors” cioè da risparmiatori ordinari. Quando, lo scorso novembre,  il governo ha proceduto ad un salvataggio di alcune banche minori secondo le nuove regole del “bail in”, un risparmiatore si è suicidato provocando una tempesta politica. Perciò, obbligare i risparmiatori italiani ad accettare nuove e consistenti perdite danneggerebbe gravemente il primo ministro in carica, Matteo Renzi, diminuendo le sue speranze di vincere un referendum sulle riforme costituzionali previsto per il prossimo autunno. Renzi chiede pertanto all’Europa una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole sul salvataggio bancario. Forti interessi politici però sono in gioco nei paesi creditori dell’Eurozona. La Germania dal canto suo afferma correttamente che l’Italia è la principale responsabile dei suoi guai finanziari: è stata infatti terribilmente lenta nell’intervenire su alcune traballanti banche principalmente perché molti dei loro investitori regionali sono compromessi con la politica locale. L’instaurazione di un sistema che consentisse ad ogni stato membro di modellare a piacere le regole finanziarie sortirebbe l’inevitabile effetto di irritare l’elettorato tedesco. Certamente Renzi avrebbe molto da guadagnare da un’applicazione più morbida delle nuove regole o meglio ancora da una deroga al “bail in”, ma concessioni eccessive su questo fronte potrebbero avere un costo politico molto significativo nella Repubblica Federale, dove sono previste elezioni politiche per il tardo 2017. “Abbiamo già pattuito e codificato le regole per il sistema creditizio”  ribatte Angela Merkel alla richiesta renziana di una maggiore flessibilità “Non possiamo di certo cambiarle ogni due anni”.
 
Malgrado tutto, la posizione del primo ministro italiano è da condividere. La pressione dei mercati sulle banche italiane non potrà diminuirà se non verrà ripristinata una fiducia, anche minima, nel sistema-paese, e questo allo stato attuale potrà avvenire solo con una robusta iniezione di denaro pubblico. Applicare rigidamente in Italia le regole del “bail-in” provocherebbe una rivolta dei risparmiatori che farebbe crollare la fiducia nel sistema creditizio e spalancherebbe le porte al successo del  Movimento 5 Stelle, una formazione politica che accusa semplicisticamente la moneta unica di essere all’origine di tutti i problemi economici del paese. Si rafforzerebbe al contempo la sensazione che l’Italia stia ricavando ben scarsi benefici dalla cosiddetta “condivisione del rischio” all’interno dell’Eurozona, ma stia invece subendo danni assai consistenti a causa delle regole e delle limitazioni cui è attualmente costretta a sottostare: l’incapacità di dirigersi verso una crescita più sostenuta,  un fiscal compact che limita pesantemente il bilancio dello Stato e ora anche nuove regole sul “bail- in” che sono entrate in vigore subito dopo che altri paesi hanno avuto tranquillamente modo di salvare le proprie banche . Se anche gli italiani dovessero perdere definitivamente la loro fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe.
Non c’è alcun motivo razionale per seguire le regole alla lettera, se questo dovesse portare all’abbandono della moneta unica. Pertanto la risposta corretta è quella di consentire al governo italiano di iniettare una certa dose di liquidità nel sistema bancario nazionale, in misura quantomeno sufficiente a calmare i timori di una crisi sistemica.  Il consenso prestato  a questa operazione di salvataggio dovrebbe essere ovviamente accompagnato da condizioni precise: un impegno ad una revisione complessiva del sistema bancario italiano che costringa i piccoli istituti di credito a fondersi e un taglio dell’eccessivo numero di filiali che porti a un drastico abbattimento delle spese in eccesso. Per dare alla direttiva europea sul “bail in” una maggiore chance di essere implementata in futuro, bisognerebbe cambiarla in modo che i risparmiatori che già possiedono (o sono titolari) di obbligazioni bancarie vengano messi al sicuro.  E’ probabile che si arrivi ad una qualche soluzione compromissoria. Attualmente è in corso una discussione su una “clausola pronta all’uso” che consentirebbe una temporanea iniezione di denaro pubblico per Monte dei Paschi di Siena. Questo dovrebbe essere sufficiente a porre un limite al crollo del valore delle azioni e allo stesso tempo a mettere altre banche, come ad esempio UniCredit,  in grado di aumentare il proprio capitale privato. L’Europa potrebbe certamente vantarsi di un simile compromesso indicandolo come un esempio di “solidarietà fondata sulle regole”. Ma, se la storia insegna qualcosa, di certo un intervento di questo tipo non sarà in grado di  riportare le banche italiane ad un pieno recupero né risolverà i problemi strutturali dell’Euroblocco. Una lezione che la Brexit ci consegna è che ignorare i timori dell’elettorato non è una scelta premiante nel lungo termine. E la difettosa architettura finanziaria dell’Eurozona questi timori li ignora doppiamente, perché trascura allo stesso tempo tanto le preoccupazioni dei paesi creditori quanto quelle dei paesi debitori. Questo approccio non potrà funzionare per sempre , ed è esattamente il motivo per cui gli investitori europei e non hanno pienamente ragione di essere così preoccupati.
 
 
LE BANCHE ITALIANE - CRISI ED OPPORTUNITA’
L’esito del voto sulla Brexit ha avuto un impatto particolarmente pesante sulle banche italiane e allo stesso tempo sta mettendo alla prova le nuove regole europee sulla tutela degli investitori in difficoltà
 
L’onda d’urto della Brexit è stata forse avvertita maggiormente sulle sponde del Tevere che non su quelle del Tamigi. I mercati temono che il voto del 23 giugno scorso con il quale i britannici hanno optato per l’uscita dalla UE indebolisca ulteriormente la crescita nel Continente provocando al contempo un rialzo dei tassi d’interesse.   Questa non è certamente una buona notizia per le banche europee e in particolare per quelle italiane le quali, già gravate dal peso del peggiore stock di debito dell’Europa e costrette ad operare nel contesto di un’economia nazionale fragile, sono state particolarmente colpite. Le azioni di UniCredit, il primo istituto di credito (per dimensioni) del Paese, sono scese di un terzo. Quelle del secondo istituto di credito, Intesa San Paolo, che comunque versa in condizioni di gran lunga migliori di quelle di UniCredit, hanno subito un crollo del 30%. La banca più a rischio è però il terzo istituto di credito, nonché il più antico: il Monte dei Paschi di Siena, fondato nel 1472. Il suo valore azionario è letteralmente precipitato il 4 e il 5 luglio scorsi dopo che la BCE ha fatto intendere di voler chiedere a MPS una riduzione della propria pila di “prestiti inaciditi” dai 46,9 bilioni di Euro (52 bilioni di dollari) dello scorso anno, vale a dire l’equivalente del 35% di tutti i suoi prestiti, a 32,6 bilioni di Euro a partire dal 2018. MPS ha dichiarato che questo era già da tempo un obiettivo della banca, ma non appena la BCE ha comunicato la sua richiesta le azioni sono comunque precipitate ed oggi l’istituto è quotato all’incirca un terzo del suo valore contabile. Gli analisti della Morgan Stanley ritengono che MPS,  nelle sue attuali condizioni,  abbia bisogno di un capitale extra dai 2 ai 6 bilioni di Euro. Numerosi governi europei, alle prime avvisaglie della crisi finanziaria,  avevano prontamente effettuato iniezioni di liquidità nei propri sistemi bancari. L’Italia invece non lo aveva fatto, confidando (erroneamente) che una ripresa economica non troppo lontana avrebbe alleggerito il fardello costituito dal suo pesantissimo (e negativo) stock di debiti bancari. Questi ammontano ora a 360 bilioni di Euro, il 18% del valore di tutti i prestiti bancari del paese, e il doppio di quello che erano nel 2011. Al netto degli accantonamenti per le perdite (che in ogni caso sono troppo bassi, a detta degli analisti) lo stock ammonterebbe comunque a 200 bilioni di Euro. I prestiti più compromessi o sofferenze  ammontano parimenti a 200 bilioni di Euro, e a 83 bilioni al netto degli accantonamenti per le perdite. Il 29 luglio prossimo è prevista la pubblicazione, da parte dei supervisori europei, dei risultati di uno “stress test” che avrà ad oggetto 51 istituti di credito europei, risultati che prevedibilmente non saranno lusinghieri nei confronti di MPS, già una delle nove banche europee a “fallire” il test nel 2014 (con l’esito di  accorpamenti forzati, chiusura di filiali e aumento dei capitali).
Matteo Renzi, il primo ministro italiano, vorrebbe aiutare le banche a diminuire il proprio stock di debiti e a ricapitalizzarsi, anche con denaro pubblico se necessario. Le regole europee che disciplinano gli aiuti di stato per le società commerciali e bancarie sono però state riformate e rese più restrittive, rendendo l’obiettivo della ricapitalizzazione molto più arduo da raggiungere. Dall’inizio di quest’anno infatti, ogni istituto bancario intenzionato a richiedere un salvataggio statale deve essere prima messo in “risoluzione”, cioè sostanzialmente in fallimento. Gli obbligazionisti e i creditori devono quindi partecipare alle perdite nei limiti dell’otto per cento delle passività bancarie. Renzi è deciso ad evitare questo scenario a tutti i costi, dal momento che tra i creditori bancari italiani vi sono milioni di piccoli risparmiatori . I possessori di circa 200 bilioni di Euro di obbligazioni bancarie (costituenti il 5% dell’intero asset finanziario) sono in realtà le famiglie italiane. Questo stock va gradualmente diminuendo, in parte perché i risparmiatori si stanno rendendo conto del rischio. Il salvataggio di quattro piccole banche a novembre, effettuato secondo le nuove regole sul bail-in ha provocato perdite ingenti a molti obbligazionisti. Ne sono seguite manifestazioni di protesta a catena, e un risparmiatore si è suicidato. Se una situazione simile dovesse ripetersi adesso , provocherebbe in prospettiva una sonora sconfitta di Renzi al referendum costituzionale del prossimo ottobre, dal cui esito il premier ha deciso di far dipendere la propria permanenza alla guida del governo.
La sfida è molto difficile anche per la Commissione Europea che da un lato non vuole che le sue nuove regole finanziarie vengano prontamente aggirate da uno stato membro, ma dall’altro non è neanche intenzionata a provocare una furibonda controversia con l’Italia proprio ora che Bruxelles si trova a dover gestire i postumi della Brexit. L’Europa è quindi alla ricerca di una escamotage che possa consentire all’Italia di iniettare liquidità nel proprio sistema bancario e allo stesso tempo di tutelare i risparmiatori. E’ già stato individuato un possibile spazio di manovra: c’è in effetti una norma che consente un’iniezione di liquidità “precauzionale” allo scopo di preservare la stabilità finanziaria senza mettere una o più banche in “risoluzione”. E il cattivo esito di uno “stress test” della BCE potrebbe fornire la giustificazione legale ad un intervento di questo tipo. Trattandosi però comunque di un aiuto di stato, potrebbe anche in questo caso scattare per altre vie il “bail-in”. Per aggirare tale rischio gli analisti della Morgan Stanley suggeriscono di dar vita a un apposito fondo per risarcire gli investitori “ordinari”. Il presupposto per l’attivazione di questo fondo sarebbe costituito da un “vizio” nella pregressa vendita dei titoli bancari : questi sarebbero stati alienati ai risparmiatori ordinari senza informarli adeguatamente sul rischio. Potrebbe essere un espediente non solo utile, ma anche giusto: molti degli investitori avevano in effetti a suo tempo acquistato obbligazioni bancarie sulla base della convinzione che si trattasse di titoli assolutamente sicuri, l’equivalente insomma di un deposito di garanzia.
Secondo le notizie in nostro possesso Renzi sta contemplando l’istituzione di un fondo di ricapitalizzazione da 40 bilioni di Euro, tuttavia consiglieri a lui vicini sostengono che si tratterà probabilmente di una somma inferiore e cioè circa 10 bilioni. Sarebbe abbastanza per ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena e probabilmente per innescare un processo di risanamento complessivo del sistema, ma ci sarebbe comunque del lavoro ulteriore da fare.
Molte banche potrebbero comunque aumentare privatamente il loro capitale con adeguate operazioni di mercato se ne avessero necessità. Gli analisti ritengono  per esempio che UniCredit stia riflettendo su questa possibilità. La decisione spetterà a Jean-Pierre Mustier, che diventerà amministratore delegato il 12 luglio. Ma risanare completamente il sistema dal pesante stock di debito richiederà molto tempo. Sono possibili svendite e riduzioni fino al 20% del valore nominale degli asset bancari, un trend che potrebbe peggiorare se le autorità di Bruxelles dovessero continuare a “mettere fretta” al governo italiano. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che i beni in garanzia sono prevalentemente immobili ad uso abitativo o commerciale. Certamente facili da liquidare in città come Roma o Milano; molto meno in aree particolarmente depresse della Penisola. Inoltre i tempi previsti dalla legge fallimentare italiana per l’acquisizione di questi beni sono particolarmente lunghi, un problema su cui si sta cercando di intervenire con una riforma delle procedure concorsuali.
Un’altra possibilità è che “Atlante” un fondo da 4.25 bilioni di Euro costituito ad aprile con capitale proveniente da banche, assicurazioni ed altre istituzioni finanziarie, possa svolgere le sua parte nel processo di ricapitalizzazione delle piccole banche e di messa in sicurezza dei “prestiti inaciditi”. Purtroppo 2.5 bilioni sono già stati spesi per aiutare due banche del Nord . Sono in corso dei movimenti per rinvigorire Atlante, ed è possibile che venga conferita al fondo una somma dai 3 ai 5 bilioni.
La risposta alla crisi bancaria italiana deve necessariamente includere l’immissione di nuovi capitali (da qualsiasi provenienza), la liquidazione degli asset e strategie per rafforzare i piccoli investitori, tutte cose che il governo sta facendo.
Anche questo però potrebbe non essere sufficiente. E’ difficile infatti per le banche riuscire a rialzarsi se l’economia nazionale entro la quale operano non si risolleva per prima.
 
 
 
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